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2009-10-12

Lazio - Sampdoria: storia di una finale


L'altro giorno mi è stato chiesto di riprendere la rubrica sui precedenti storici della nostra Sampdoria da pubblicare prima di ogni partita ed io, da bravo amante delle statistiche e della storia blucerchiata in genere, ho accettato con piacere. Tuttavia, però, quello che mi appresto a scrivere ora e che voi state per leggere (a meno che non clicchiate sulla X che sta in alto a destra dei vostri schermi, nel caso sappiate che non mi offenderò), non è un puro articolo di giornale come quelli che, forse, avete avuto occasione di leggere in passato. Il seguente vuole essere la storia, vista da me, umile tifoso, dell'amara, ma allo stesso tempo da ricordare, finale di Roma contro la Lazio, persa ai rigori il 13 Maggio scorso.
Certo, come precedente di Lazio - Sampdoria avrei potuto scegliere qualcosa di più allegro o di meno recente, come la famosa partita dell'anno dello Scudetto con i tre biondi in campo, o anche come quella dell'anno dopo, la vittoria 2-1 con doppietta di Renato Buso quattro giorni prima di Wembley; ma da me, quasi ventunenne che dal vivo queste partite non le ha viste, sarebbero uscite solamente mere cronache fitte di dati e numeri. Per questo, stavolta, ho deciso di rompere gli schermi e raccontarvi quella finale vista coi miei occhi. Finale che ho scelto perché rappresenta in pieno ciò che io ritengo sia l'essenza della Sampdorianità con la S maiuscola.
E non è retorica, perché chi come me l'ha vista e vissuta sa cosa ha significato per noi Sampdoriani della mia generazione quel Lazio-Sampdoria giocato solo pochi mesi fa. Alla partita eravamo arrivati con gioia e aspettative, io una finale non l'avevo mai vissuta dal vivo; per me era già stato incredibile l'aver battuto l'Inter nella semifinale grazie ad un'altra impresa sull'asse Genova-Milano, e la felicità per il grande appuntamento raggiunto era pari solo alla tensione che accompagnava l'attesa. Ora ricordo quasi con divertimento i giorni pre-finale, caratterizzati da discussioni deliranti con gli amici su ogni tipo ipotesi per quella partita. Discussioni condite ognuna con un tipo di scaramanzia diversa, da ogni possibile accordo e scommessa (uscì anche un “facciamoci biondi se vinciamo”) e da possibili ed inutili acquisti prima della finale.
La frase ricorrente spesso citata era “È un segno”, che seguiva praticamente ogni avvenimento accaduto dall'inizio di Maggio fino al giorno della grande finale. Giusto per fare un paio di esempi. Il nostro numerino al punto Lottomatica per la coda per il biglietti è il 17? “Bene! È un segno, il 17 è Palombo che la Coppa la dovrà alzare”. La Sampdoria, prima di incontrare la Lazio, vince 5-0 contro la Reggina? “Ancora meglio! È un altro segno, noi Coppe Italia ne abbiamo vinte quattro e questa dovrà essere la quinta” e così via dicendo. Sono particolari assurdi da raccontare col senno di poi, ma non me ne vergogno. La scaramanzia è parte integrante della vita da tifoso e non sono certo il solo ad avere le sue cabale. Vi posso citare anche un altro avvenimento. Pochi giorni prima di Lazio - Samp guardai con una certa persona “La Leggenda del Pianista sull'Oceano”. Niente di particolare, direte voi, se non fosse che a un certo punto del film viene citata la data del 13 Maggio (non sto scherzando, giuro, verificate se volete): nel gioco perverso dei segni e delle scaramanzie vi lascio immaginare come può aver galoppato la mia fantasia quel giorno. È totalmente irrazionale, sono il primo a dirlo, ma il tifo e la razionalità stanno su due piani completamente contrastanti.
Nel mio caso poi, la scaramanzia è uno dei modi con cui cerco di tranquillizzarmi, o anche divertirmi nell'attesa di una partita (per il sottoscritto sfiora la goliardia). È anche un'occasione per sentirsi più vicini alla squadra, simile magari al vedere una partita in TV indossando una maglia coi nostri colori: non serve assolutamente a nulla in realtà, i capi di vestiario non cambieranno affatto il risultato della partita, ma probabilmente ognuno di noi lo ha fatto almeno una volta nella propria vita. Perché? Non lo so, ma il tifo, come del resto l'amore, non è un qualcosa di razionale. E non fu razionale neppure la notte tra il 12 e il 13 Maggio, trascorsa sul letto ad ascoltare musica, soffermandomi spesso su “Uno Scudetto Nel Cuore” di Vittorio De Scalzi, che con la sua strofa “Sole di domani dai non mi fare aspettare, uccidi questa notte che ormai non vuole farmi dormire. Domani io sarò là tra le bandiere blucerchiate, in mezzo a un mare di voci e di canzoni intonate, che mi faranno volare via, oltre i limiti dell'impossibile” era decisamente la più adatta al momento di una notte insonne aspettando qualcosa che non arrivava mai.
Del giorno 13 Maggio poi ricordo quasi tutto nei minimi particolari, dalla sveglia alle prime luci del mattino dopo sì e no un'ora di sonno, alla partenza e al viaggio in pullman per ore che sembravano interminabili. Ore di attesa che però furono, ammetto, più piacevoli rispetto a quelle dei giorni precedenti. Penso abbia contribuito il fatto di essere stato costantemente in compagnia ad avermi aiutato a trascorrere meglio ore, minuti, secondi, che sarebbero stati altrimenti invivibili. É lo stesso concetto per cui chi guarda la partita allo stadio soffre meno rispetto a chi, per vari motivi, è costretto a vederla in TV, o, peggio, sentirla per radio. L'unione fa la forza, ci si sostiene a vicenda. A casa sei da solo, allo stadio assolutamente no.
Nel caso di Roma in particolare, eravamo 20.000 cuori blucerchiati a battere all'unisono dopo più di 500 km di viaggio, 20.000 cuori blucerchiati che erano lì per lo stesso motivo e che quindi condividevano qualcosa: l'amore per una squadra, la propria squadra, l'Unione Calcio Sampdoria. Non c'era solitudine nella Curva Sud all'Olimpico quella sera. Affatto. Ma si soffrì comunque lo stesso. E tanto.
Arrivai allo stadio con non troppo anticipo rispetto all'inizio e mi posizionai coi miei amici in alcuni dei pochi posti liberi rimasti (posti è un eufemismo, sarebbe più corretto dire "mi posizionai in piedi sulle scale", ma non stiamo a sottilizzare). L'ambiente era qualcosa che ora mi risulta difficile descrivere a parole, solo chi l'ha vissuta può realmente capire cosa intendo. Era tutto speciale. I cori che si alzavano alti nella serata di Roma, la stessa aria che si respirava, nella quale si sentiva perfino l'odore delle occasioni importanti, occasioni che tra l'altro per noi non capitavano da 15 anni. Prima ho anche parlato della coesione che si era formata in Curva Sud, coesione che si è vista (non grazie alla Rai, ma questa è un'altra storia) anche dalla splendida coreografia realizzata. Ancora una volta lì, tutti insieme, tutti a indossare la propria pettorina e a tenere alto il proprio foglio di carta (blu, nel mio caso). Tutti insieme sia chi visse i grandi appuntamenti a cavallo degli anni '80 e '90, sia chi, come il sottoscritto, viveva la sua prima finale.
A Roma io c'ero stato solo un'altra volta, a vedere un Roma - Samp la stagione precedente sotto Natale, ma i ricordi legati ai due, per me grandi, eventi restano completamente diversi. Troppo diversi gli obiettivi e l'importanza delle due partite per essere paragonate, e proprio per questo, se mi chiedessero quale trasferta ricordo maggiormente a livello di calcio e di amore per la Samp, dico subito la partita contro la Lazio. La partita appunto. I ricordi sono impressi nella mia memoria, ma allo stesso tempo alcuni sono confusi. Tutti ricordi accomunati da noi tifosi. I nostri cori e le nostre urla forti e incessanti per incitare i ragazzi, ancora più forti e incessanti perfino dopo il gol in avvio di Zàrate, ancora più forti e incessanti anche dopo il brivido dello sfiorato raddoppio di Pandev proprio sotto la nostra Curva Sud (“Luca! Luca! Luca!”), ancora più forti e incessanti, fino a toccare il cielo con un dito, dopo la liberazione del pareggio di Pazzini che ci fece impazzire di gioia. Una gran rete quella del Pazzo tra l'altro. La bellezza purtroppo la apprezzai solamente più tardi perché dalla mia posizione vidi tutto decisamente male (pensavo avesse segnato Stankevicius), ma mai come allora mi importò davvero poco della visuale che avevo del terreno di gioco. E credo con ogni probabilità che ogni Sampdoriano sia d'accordo con me.
Il resto della partita, dal secondo tempo fino ai supplementari, fu caratterizzato da un grande equilibrio. Entrambe le squadre avrebbero avuto l'occasione per fare un altro goal, ma di queste occasioni onestamente ho solo ricordi confusi, misti tra tensione e paura, e non mi sembra necessario fare una cronaca. I miei ricordi, ribadisco, hanno tutti come filo conduttore il nostro canto e i nostri incitamenti ma, soprattutto col passare del tempo, entrò in noi una costante sensazione di attesa, una sensazione che mano a mano che andavano avanti i minuti si estendeva sempre di più. Era dall'intervallo, quando il punteggio era ancora 1-1, che tra noi avanzava l'ipotesi di andare ai calci di rigore. Da lì, non bastarono altri 65 minuti per decretare un vincitore e alla fine ci andammo veramente. Era una lotteria, si sapeva, si poteva vincere come perdere. E poi alla fine si è perso noi.
Se però dei supplementari ho ricordi confusi, i rigori li ho ancora fissi nella mia mente. Il tiro di Cassano parato da Muslera che ci fece subito capire che forse non era serata, il palo di Rocchi che, ancora una volta, ci rimise in carreggiata, i rigori di Gastaldello e Delvecchio che ci fecero davvero sperare che invece fosse la serata giusta, i desideri legati a un possibile errore di un laziale che ci avrebbe fatto vincere; tutti pensieri a cui l'errore di Campagnaro avrebbe messo fine di lì a pochi minuti (di solito è chi gioca meglio in partita che sbaglia, per lui è stato proprio così). Lo ricordo bene il rigore di Hugo, con un ragazzo vicino a me a lanciare la propria bandiera 5-6 file sotto in segno di stizza subito dopo l'errore dell'argentino, seguito poi dal goal di Dabo che portò la Coppa Italia verso altri lidi.
Ma, d'impulso, non mi sentii di dare la colpa a nessuno dei nostri giocatori. Ce l'avevano messa tutta e da me, quella sera, arrivarono solo applausi perché ai miei occhi si erano battuti tutti quanti con cuore e grinta per più di due ore, per di più su un campo ostile. “Abbiamo perso, ma non vedo colpe nei miei undici eroi”: questo era il mio pensiero quella sera, senza nessun “se Mazzarri avesse cambiato”, “se Castellazzi avesse parato”, o altre cose simili che non mi avrebbero portato a nulla. Rileggendo quanto scritto finora, mi sto rendendo conto che il tono suona amaro ed il motivo è semplicemente individuabile: la partita è legata ad un ricordo amaro. Tuttavia, secondo me, era ed è giusto ricordarla, soprattutto per quanto accadde dopo l'assegnazione della Coppa ai romani, che è poi il vero motivo per cui ho scelto questa partita per il mio racconto.
Solo in 20.000 poterono vedere quanto accadde all'Olimpico e, sebbene su YouTube vi siano alcuni filmati che mostrano cos'hanno, cos'abbiamo compiuto noi Sampdoriani quella notte, nulla potrà mai pareggiare l'averlo vissuto in prima persona. Penso che qualsiasi altra tifoseria, dopo una sconfitta del genere, si sarebbe lasciata prendere dallo sconforto e avrebbe semplicemente aspettato in silenzio che la lasciassero uscire dallo stadio, ma noi no. Eravamo delusi, certamente, ma orgogliosi di esserci stati ed averla vissuta. Un orgoglio blucerchiato quello che vidi agli albori del 14 Maggio, un orgoglio che spinse quelle 20.000 persone, che avevano viaggiato tanto per essere lì, a mettersi ancora a cantare alzando le sciarpe al vento sulle note di “Doria io t'amo”, seguito dal grido “Siamo stupendi”.
Il tutto dentro ad uno stadio con gli spalti completamente vuoti, sotto lo sguardo esterrefatto degli steward e dei pompieri rimasti, cantando solo per noi stessi, anche con una dose di ironia (“Rispettiamo solo i pompieri!”). Cantando per goderci ogni ultimo istante di quella finale che ci eravamo guadagnati. Cantando per dimostrare che noi c'eravamo stati e che se fossimo potuti tornare indietro nel tempo l'avremmo comunque voluta rivivere anche sapendo già di perdere, perché quella, comunque sia andata, fu un'esperienza indimenticabile, soprattutto perché vissuta con la Sampdorianità di cui avevo parlato all'inizio. Uno stile di vita, la Sampdorianità, insegnataci da un Uomo (U volutamente maiuscola) chiamato Paolo Mantovani, un Uomo che ci lasciava proprio 16 anni fa in questi giorni, ma che da lassù sarà stato senz'altro orgoglioso dal comportamento dei suoi tifosi dopo il quattordicesimo rigore di Roma. E questo ai suoi occhi è sicuramente valso più di qualsiasi vittoria. Non mi sono mai sentito così Sampdoriano come quella notte.
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