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MILANO – Nel calcio moderno, ossessionato dal “qui e ora”, l’ammissione del dirigente e ora Presidente dell’Inter, Giuseppe Marotta, ha il sapore di una saggezza d’altri tempi. Dichiarare che il suo “culmine personale” è stato raggiunto alla Juventus, pur essendo oggi l’architetto del successo nerazzurro, è molto più di un semplice omaggio al passato; è una vera e propria lezione di management e di vita.
Marotta non parla di quantità di trofei, ma di qualità professionale. Quel periodo alla Juventus, che ha portato a uno storico ciclo di sette Scudetti, lo ha visto operare con la piena padronanza delle sue competenze, la sintesi perfetta tra intuito, rigore e capacità strategica. È il momento in cui l’esperienza si condensa in efficacia: l’apice della forma mentale, dove ogni decisione è ponderata e ogni mossa sul mercato è chirurgica. Riconoscere questo momento, significa accettare che l’eccellenza è un punto di arrivo nella curva di apprendimento, un traguardo raggiunto a circa 60 anni, prima di ripartire con una nuova sfida.
Bisogna risalire alla vera radice della sua carriera: il Varese. È qui che si è formata la sua mentalità, lontano dai riflettori della Serie A.
L’aneddoto svelato di recente ne è la prova più autentica: la sua passione per il calcio nacque a otto anni, aiutando il custode dello stadio in cambio del permesso di assistere agli allenamenti.
Questo episodio è l’impronta di chi capisce il calcio “dal basso”, di chi sa che il successo nasce dalla cura dei dettagli e dal rispetto per il lavoro sul campo. Non a caso, uno dei suoi ricordi più vividi da raccattapalle è la storica vittoria per 5-0 del Varese sulla Juventus nel 1968.
Un’immagine che racchiude l’idea che nel calcio, anche il Davide può battere Golia, a patto di avere organizzazione e spirito.
Oggi, all’Inter, Marotta ha messo a frutto l’esperienza di quel culmine. Non ha semplicemente replicato un modello, ma ha importato la cultura del rigore e l’ossessione per la vittoria che hanno caratterizzato i suoi anni d’oro. La sua presidenza attuale, seppur arrivata in una fase diversa della vita, è la testimonianza che i valori del management vincente sono universali.
Le sue parole, dunque, offrono in un mondo sportivo spesso votato al cinismo: l’onestà intellettuale di riconoscere il proprio apice altrove, pur costruendo un futuro glorioso, è la firma di un professionista che ha messo la padronanza del mestiere al di sopra di ogni bandiera. È la lezione di Beppe Marotta: “la maturità professionale è il vero trofeo”.