Floccari artiglia il pareggio nella notte dell’aquila

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ROMA – Sarà che in questi giorni siamo abituati al nome. Spaghetti, che sia Luca (il protagonista del libro da cui è stato tratto il tanto criticato “Mangia, prega, ama”) o che siano quelli belli caldi che arrivano nello spogliatoio della Lazio lontani dagli occhi indiscreti delle telecamere del pre-partita, poco importa. Quando sono crudi e vanno pesati sul bilanciere, sembrano più che altro un mazzo di Shanghai, il popolare gioco che forse ora neanche si fa più. Per chi non ci ha mai giocato, bisogna tentare si sfilare lo Shanghai molto lentamente, senza far cadere o muovere gli altri.

Un lavoro di grandissima pazienza e precisione. Così ha tentato di fare la Lazio: si è mossa con passo felpato, tentando di non disturbare i diavoli affamati (di…spaghetti). Si è mossa con cautela e alla fine stava per pagare l’eccessiva accortezza, l’eccessiva riverenza che in questi casi si deve all’avversario. Poi si è ricordata che prima della gara un’aquila sontuosa aveva spiccato il volo, facendo venire i brividi ai 45.000 dell’Olimpico. Si è ricordata che non poteva finire male anche stavolta, ed è riuscita a raddrizzare una serata che doveva essere magica per definizione.

FORMAZIONI – Né Matuzalem né Bresciano vincono il ballottaggio perché Reja ridisegna completamente il centrocampo con due interditori e tre liberi di inserirsi alle spalle di Floccari, sfruttando le sponde dell’attaccante calabrese. Sorpresa Cavanda al posto di Lichtsteiner. Nel Milan Allegri rimugina bene tutto e in attacco presenta la quarta combinazione in quattro gare. Turnover sulle fasce con Antonini che si accomoda in panchina e fa posto a Zambrotta ed Abate (Bonera infortunato).

LA PARTITA – L’atterraggio dell’aquila (ancora sconosciuto il nome – si va al ballottaggio) non riesce in maniera perfetta perché dopo aver completato il terzo giro si va a posare su una zona di campo qualsiasi anziché sullo scudetto della Lazio. Dopo un po’ invece il volatile sente il richiamo dell’addestratore e va ad artigliare lo stemma sociale. Si intuisce che non sarà proprio una serata perfetta.

Per definire il primo tempo basterebbero i numeri, perché la gara è molto tattica. Un assist ed un fuorigioco in favore del Milan, 2 tiri in porta per parte. Troppo poco per il Milan, la squadra che era arrivata all’Olimpico come quella che aveva prodotto più azioni offensive (23 tiri in porta). Eppure qualche cosa si vede. Cavanda affronta bene Ronaldinho, Biava annulla Ibrahiomovic e la Lazio crea almeno due occasioni da gol: Hernanes ci prova con una gran botta su punizione deviata in angolo da Abbiati (27’), quindi va al tiro da fuori dopo aver superato Zambrotta, Thiago Silva ed aver evitato il ritorno della coppia dei centrali rossoneri. Il vero sussulto è al 34’ quando Biava ferma Ronaldinho, Ledesma rilancia per Hernanes che serve l’accorrente Mauri in profondità, ma Abbiati salva di piede.

Nella ripresa finalmente i tatticismi saltano. Al 56’ numero di Floccari che fa il sombrero a Gattuso, stoppa con la coscia destra e conclude rasoterra di sinistro. Quattro minuti dopo è ancora Hernanes a provare la conclusione da fuori, ma c’è ancora Abbiati sulla traiettoria. La partita si sussegue con più di un capovolgimento di fronte, che comunque risulta sterile. La Nord invoca Zarate: con gli spazi che si stanno aprendo sembrerebbe la partita giusta per lui. Invece quegli spazi li sfrutta Ibrahimovic, che si beve Dias e digerisce Muslera in uscita disperata dalla propria area. El pibe de Haedo entra soltanto dieci minuti dopo. Sembra troppo tardi per riuscire a capovolgere l’incontro e invece crea la spinta psicologica per il gol del pareggio di Floccari con Hernanes che parte da fermo sulla sinistra e mette in mezzo. Non a caso il brasiliano era il giocatore della A con il maggior numero di dribbling riusciti. Nel finale c’è ancora spazio per alcune occasioni da una parte e dall’altra, come la traversa di Zambrotta (gran tiro da fuori) a 120 secondi dalla fine e la conclusione sotto misura di Boateng al 93’.

LA CHIAVE – La voglia di stabilità da un lato e la paura di un altro passo falso dall’altro chiudono i rubinetti della creatività. Restano in panchina Zarate e Robinho, anche se in effetti nessuno dei due è al top. Il gol di Ibrahimovic è il riflesso psicologico dell’atteggiamento delle squadre: è proprio quando la Lazio comincia a crederci e a sentire che finalmente può fare sua questa partita, e quindi alza la difesa, che il Milan la colpisce. Se la psicologia è una scienza, non è un caso che pochi secondi dopo l’ingresso di Mauro Zarate, la Lazio trovi la zampata del pareggio con Floccari. Se ci avesse creduto un po’ di più sarebbe riuscita anche a portare a casa la partita.

LA LAZIO – Le quattro reti subite dalla Lazio in campionato erano nate tutte da situazione di palla inattiva (una punizione diretta, un corner e due calci di rigore). Stasera la retroguardia biancazzurra si è fatta cogliere su azione in controtempo da Ibrahimovic, l’ospite più atteso della serata, che, seppur annullato da Biava nel primo tempo, nella ripresa alla fine ha fatto il suo. Ciononostante il fatto di non aver perso e aver donato continuità al proprio ruolino, è un risultato decisamente positivo.

IL MILAN – Per i rossoneri, la sfida di questa sera rappresentava il primo vero impegno stagionale. Dopo aver affrontato in serie Lecce, Cesena, Auxerre e Catania, la Lazio era il primo banco di prova vero e proprio. Nei prossimi undici giorni il Diavolo è atteso da tre trasferte in 4 gare. Doveva dosare anche le energie: missione compiuta con il minimo sforzo.

[Federico Farcomeni – Fonte: www.lalaziosiamonoi.it]

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