Dal 2004, una delle scene più iconiche del calcio, il calciatore che si sfila la maglia dopo un gol decisivo, è stata ufficialmente relegata al passato, sostituita dall’immediato sventolio del cartellino giallo. La regola, inizialmente adottata dalla Lega italiana e poi ripresa dalla FIFA e dalla UEFA, stabilisce che qualsiasi giocatore che si spogli della divisa da gioco in campo, anche solo per un attimo di euforia, debba essere ammonito per comportamento antisportivo.
Questa norma, che molti percepiscono come un freno alla genuinità delle emozioni, ha una duplice radice: una formale e una più pragmatica, legata all’evoluzione commerciale del gioco.
Ufficialmente, l’ammonizione è giustificata dal concetto di evitare gli eccessi nella celebrazione. L’atto di togliersi la maglia viene infatti considerato superfluo e potenzialmente associabile a una perdita di tempo non necessaria, o, in certi contesti, a un gesto che può provocare le tifoserie avversarie. L’obiettivo dichiarato della Lega era riportare la celebrazione a un registro più composto e rapido, concentrandosi sul prosieguo della partita.
Tuttavia, la storia ufficiosa che circola negli ambienti calcistici offre una chiave di lettura molto più orientata al marketing. Gli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio videro l’esplosione dei brand personali gestiti dai calciatori, che scoprirono nel sottomaglia una piattaforma pubblicitaria ineguagliabile.
Il momento di svolta, spesso citato, ruota attorno a Christian “Bobo” Vieri e al marchio Sweet Years, da lui fondato con Paolo Maldini. Le esultanze in cui Vieri esponeva il logo del suo brand di abbigliamento, specialmente in un periodo in cui i social media non esistevano e la televisione era l’unico veicolo di massa, rappresentavano una forma di pubblicità estremamente efficace, ma del tutto non regolamentata. L’ipotesi, mai formalmente confermata ma plausibile, è che la Lega Calcio abbia introdotto il divieto proprio per arginare questo fenomeno e impedire l’utilizzo del campo da gioco come una vetrina per la pubblicità occulta.
Nonostante il divieto sia chiaro, l’emozione del gol continua a superare la disciplina. Sebbene il gesto della maglia sfilata sia diventato raro, i calciatori hanno continuato a usare lo spazio sotto la divisa per messaggi personali, di protesta (“Why always me?” di Balotelli), di fede (Kaká) o di scherno (come Totti nei derby), sapendo che il costo dell’ammonizione è spesso inferiore alla risonanza mediatica del messaggio.
La regola del 2004, quindi, non ha eliminato l’esultanza creativa, ma ha semplicemente innalzato il prezzo di questa espressione. Ha spostato l’attenzione dal gesto in sé alla motivazione, rendendo ogni “giallo” per essersi tolti la maglia un tacito, costoso, ma indubbiamente efficace atto di disobbedienza emotiva.
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