Alberto Rimedio parla del libro sull’Italia campione d’Europa 2020

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“Questa nazionale mi ricorda quella del 1978. Squadra giovane che allora stupì per la freschezza e forse anche per l’incoscienza con cui affrontava gli avversari, anche se le differenze sul piano del gioco sono sostanziali”

libro euro 2020Per la seconda volta nella storia, l’Italia è campione d’Europa. It’s coming Rome! Un’avventura lunga un mese, dall’esordio all’Olimpico con la Turchia all’epico trionfo in finale ai rigori con l’Inghilterra: la Nazionale azzurra conquista a Wembley il titolo europeo dopo cinquantatré anni di attesa grazie al magnifico lavoro del ct Roberto Mancini, che ha ricostruito un gruppo demolito dalla mancata qualificazione ai Mondiali in Russia. I retroscena e i particolari di queste Notti magiche, di un Europeo itinerante giocato in piena pandemia, vinto da una squadra che è diventata simbolo di un Paese capace di risollevarsi. È la storia di un successo che Alberto Rimedio ha raccontato per la Rai fino a un centimetro dal traguardo, fino a quando il Covid gli ha negato la finale. È anche la sua storia.

Alberto Rimedio ci ha gentilmente concesso un’intervista.

“EURO 2020. Wembley si inchina all’Italia” è il suo nuovo libro, di che cosa si tratta?
È il racconto della trionfale cavalcata degli azzurri a Euro 2020, intrecciato alla mia vicenda di telecronista RAI disarcionato dal covid a tre giorni dalla finale. Una sfortuna da guinness dei primati. Considerati però i danni causati dalla pandemia, lamentarsi per quanto mi è capitato sarebbe un’offesa verso chi ha sofferto sul serio. Grazie a testimonianze e interviste, il libro raccoglie tanti aneddoti, scaramanzie, segreti piccoli e grandi di una nazionale favolosa; si concentra spesso su flash-back utili a svelare episodi mai conosciuti eppure fondamentali per capire come sia arrivato il trionfo. Tra i capitoli più gustosi per gli amanti del genere “retroscena” ci sono quelli dedicati agli ultimi mesi di Ventura c.t. prima dell’Apocalisse o alla trattativa che ha permesso a Roberto Mancini di scavalcare Claudio Ranieri nella corsa alla panchina azzurra. Con una carezza finale a Paolo Rossi, nostro amatissimo compagno di viaggio nelle qualificazioni all’Europeo.

Euro 2020, Wembley si inchina all’Italia, alla scoperta del libro di Alberto Rimedio

Da cosa o da quale momento, a parte la finale vinta, è rimasto maggiormente colpito ed emozionato nel corso dell’Europeo?
L’emozione più grande è stata certamente l’abbraccio tra Vialli e Mancini dopo la finale. Per loro si chiudeva un cerchio: dalla delusione enorme della coppa dei Campioni persa a Wembley contro il Barcellona ai tempi mitici della Sampdoria, alla gioia più matura e quindi forse più bella dell’Europeo vinto nello stesso stadio ventinove anni dopo. Le lacrime hanno bagnato un momento altamente simbolico e indimenticabile. Ma mi piace ricordare anche un altro episodio significativo: dopo la bella vittoria sul Belgio ai quarti, nello spogliatoio c’era un’aria da funerale. Invece di festeggiare, tutti in silenzio per il grave infortunio a Spinazzola. È stata la conferma di quanto fosse coeso il gruppo, vera forza della nazionale.

Quali sono secondo lei gli elementi con i quali Roberto Mancini ha rivitalizzato gli Azzurri?
Roberto Mancini ha avuto il grande merito di convincere gli azzurri che, per ottenere i risultati, fosse possibile una strada diversa rispetto a quella della tradizione italiana. Non più soltanto cuore, organizzazione, difesa e contropiede, ma gioco e controllo della manovra. La selezione dei calciatori è sempre stata finalizzata a questa idea e il confronto con il rendimento offerto precedentemente in nazionale da alcuni elementi è eloquente: Jorginho, Verratti o Insigne non hanno mai giocato così bene in azzurro.

Malgrado la sconfitta in Nations League con la Spagna si può mirare ad un ciclo pluriennale?
Quando Mancini è diventato c.t., l’obiettivo era far bene all’Europeo per acquisire esperienza e preparare nel modo migliore il mondiale in Qatar, vero punto d’arrivo. Aver anticipato i tempi ha aumentato esperienza e autostima, rafforzando così le ambizioni per il grande appuntamento del 2022.

Le viene in mente qualche parallelismo tra questa Nazionale e qualcuna del passato?
Questa nazionale mi ricorda quella del 1978. Squadra giovane che allora stupì per la freschezza e forse anche per l’incoscienza con cui affrontava gli avversari, anche se le differenze sul piano del gioco sono sostanziali. Al mondiale in Argentina, l’Italia preparò il trionfo del 1982. Qui partiamo con il vantaggio di aver già vinto, ma l’entusiasmo e la partecipazione intorno agli azzurri sono molto simili a quelli vissuti ai tempi di Bearzot.

Che Mondiale sarà quello dell’anno prossimo (per l’Italia e non solo), considerando anche che si gioca in un periodo dell’anno e in un luogo insoliti?
Io sono per le tradizioni e un mondiale in inverno non mi convince, senza dimenticare i discutibili criteri che hanno permesso al ricchissimo Qatar di aggiudicarsi il torneo. Sarà come un’Olimpiade, con un massimo di 70 chilometri tra una sede e l’altra, ben diverso dalle distanze enormi che separavano gli stadi in Brasile o in Russia, per citare gli ultimi due mondiali. Non credo però che questo possa incidere sull’esito della manifestazione: i valori emergeranno come sempre e l’Europa sarà il continente da battere, dominatrice incontrastata nelle ultime quattro edizioni. E l’Italia, con Francia, Spagna e Germania, sarà tra le protagoniste.

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