Analisi tattica di Moldavia-Italia: vittoria senza identità

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Moldavia Italia analisi tattica

CHISINAU – A Chisinau l’Italia batte la Moldavia 2-0, ma lo fa solo nel finale, grazie ai colpi di testa di Mancini e Pio Esposito. Una vittoria che conta poco per la classifica — la Norvegia, vincendo nel pomeriggio, ha di fatto blindato il primo posto — ma che conferma alcune difficoltà strutturali della nostra Nazionale. Difficoltà che ruotano attorno a un problema ormai cronico: l’Italia scende in campo senza un’identità tattica definita, con un modulo che cambia di partita in partita e un assetto che non riesce mai a diventare definito. Ed è proprio questa mancanza di continuità che ci allontana dalle altre nazionali vincenti, storiche e contemporanee: non la qualità dei singoli, ma l’assenza di una struttura tattica stabile, organizzata e riconoscibile, quella che per noi manca ancora alla base.

Gattuso ha riproposto il 4-4-2, lo stesso visto contro l’Estonia a ottobre: esterni offensivi puri (Zaccagni e Orsolini) e la coppia Scamacca– Raspadori davanti, con quest’ultimo impiegato nel suo ruolo ideale di seconda punta. Una scelta che potrebbe indicare la volontà del CT di stabilizzare questo sistema come base futura: esalta la ricchezza di numeri 9 in rosa (Retegui, Kean, Scamacca, Pio Esposito) e valorizza la qualità degli esterni offensivi come Zaccagni, Orsolini, Politano e, qualora ritrovasse la miglior condizione, Chiesa.

Gli Azzurri hanno controllato a lungo il gioco senza però riuscire a trovare con continuità linee di passaggio pulite: la Moldavia, ordinata e molto bassa, ha intasato la trequarti difensiva costringendo l’Italia a consolidare il possesso più che a verticalizzare. L’utilizzo di molte seconde linee e una condizione fisica non ottimale hanno reso la manovra prevedibile, aumentando frustrazione e imprecisioni man mano che lo 0-0 non si sbloccava.

In questo contesto, la spinta degli esterni a tutta fascia — Cambiaso, Bellanova, Dimarco — rappresenta un’arma preziosa per qualità tecnica e capacità di rifinitura. Ma proprio da questo deriva la principale criticità: un’Italia estremamente orientata sulle corsie rischia di perdere compattezza centrale e di congestionare ulteriormente la zona offensiva. È quanto accaduto stasera, quando quattro giocatori offensivi hanno finito per occupare gli stessi spazi nella trequarti, saturata dal blocco basso e densissimo della Moldavia.

Un quadro molto diverso rispetto alle due gare contro Israele, disputate con il 3-5-2: Barella, Locatelli e Tonali garantivano maggiore densità e copertura centrale, ma la squadra perdeva inevitabilmente spinta sugli esterni e rinunciava alla presenza contemporanea delle ali pure. Più equilibrio, dunque, ma anche meno imprevedibilità.

Il vero tema che preoccupa è l’alternanza continua dei sistemi di gioco. Nelle ultime quattro partite l’Italia è passata dal 3-5-2 al 4-3-3 in alcune fasi, fino al 4-4-2. Cambiare gli interpreti è normale; cambiare identità tattica a ogni uscita molto meno. Fra un modulo e un altro cambiano i compiti dei difensori, le connessioni tra i reparti, l’occupazione degli spazi e l’intera struttura della manovra. Nessuna squadra vincente costruisce una vera identità rivoluzionando sistematicamente il proprio assetto.

A pochi mesi dal Mondiale, ciò che manca all’Italia non sono i nomi — la qualità della rosa è superiore a molte altre nazionali che al Mondiale ci andranno — ma una visione di gioco stabile, un modulo che diventi base e riferimento. Il sistema va cucito sui giocatori, certo, ma non reinventato a ogni partita. Serve un “vestito tattico” coerente attorno ai pilastri della squadra.

La Norvegia, tecnicamente inferiore all’Italia tranne che per il fuoriclasse Haaland, è l’esempio più evidente: più continuità tattica, più solidità, più identità. Non magia, ma stabilità. È in testa al girone da imbattuta, contro le stesse avversarie che l’Italia, pur vincendo, ha faticato a superare.

Il grande compito di Gattuso e del suo staff sarà dunque scegliere un modulo e costruirci sopra un’identità riconoscibile. Per tornare competitivi non basta selezionare i giocatori migliori: bisogna decidere, una volta per tutte, come si vuole giocare. Una squadra che sa esattamente come muoversi, qual è il proprio assetto e quali sono i propri principi sarà sempre più solida di un gruppo ricco di individualità ma privo di fondamenta tattiche. L’identità non la fanno solo i nomi, ma il modo in cui vengono messi nelle condizioni di rendere al meglio.

Perché l’identità non è un dettaglio: è il fondamento di ogni squadra vincente, ed è ciò che manca alla nostra Nazionale ormai da troppi anni.

A cura di Italo Lo Priore