
Uno studio cileno rivela come il cervello reagisce a vittorie e sconfitte calcistiche, spiegando fanatismo e identità di gruppo
Per milioni di persone il calcio non è soltanto uno sport: è un linguaggio emotivo, un rituale collettivo, un’identità culturale che si tramanda come un’eredità di famiglia. Ora la scienza ha fatto un passo in avanti, dimostrando come il cervello reagisca in maniera precisa e misurabile quando seguiamo la nostra squadra del cuore.
Un gruppo di ricercatori dell’Universidad San Sebastián di Santiago del Cile, guidato dal biologo Francisco Zamorano, ha pubblicato sulla rivista Radiology uno studio pionieristico che analizza le aree cerebrali coinvolte durante le emozioni calcistiche. L’indagine ha coinvolto oltre 60 tifosi di due storiche rivali, monitorati con risonanza magnetica funzionale mentre assistevano a clip di partite.
Il cervello cambia forma con la rivalità
I risultati hanno mostrato che la rivalità calcistica è in grado di “rimodellare” l’attività cerebrale in pochi secondi. Quando la squadra del cuore segna contro la rivale, si accende il circuito della ricompensa, lo stesso che regola piacere, motivazione e senso di appartenenza. È una risposta che va oltre la gioia del gol: rappresenta un legame tribale, un rafforzamento dell’identità sociale.
Al contrario, quando la squadra perde, il cervello tenta di controllare la frustrazione ma finisce per amplificarla. La corteccia cingolata anteriore dorsale riduce la sua attività, rendendo più difficile gestire emozioni negative. È il cosiddetto “effetto rimbalzo”: più cerchiamo di non pensare a una sconfitta, più questa diventa ingombrante.
Dal calcio al fanatismo
Secondo Zamorano, i circuiti neurali osservati non riguardano solo lo sport. Gli stessi meccanismi si attivano in altre forme di fanatismo, come quello politico o religioso, dove l’identità di gruppo e la polarizzazione giocano un ruolo decisivo. Le radici di queste dinamiche affondano nell’infanzia, quando stress e apprendimento sociale plasmano la capacità di valutare e controllare le emozioni.
La scala del fanatismo sportivo
Per misurare il grado di coinvolgimento, i ricercatori hanno utilizzato la Football Supporter Fanaticism Scale, sviluppata dall’Università di Samsun in Turchia. Con 13 domande si distinguono tre categorie: i fanatici (13-21 punti), i supporter (22-30) e gli spettatori da salotto (31-52). Non importa se si urla allo stadio o si guarda la partita in poltrona: il cervello reagisce comunque, attivando gli stessi circuiti.
Il lutto della sconfitta
Una clamorosa sconfitta attiva nel cervello il circuito della mentalizzazione, che coordina le aree deputate alla comprensione dei sentimenti propri e altrui. È come se il tifoso partecipasse a un lutto collettivo che colpisce l’intera comunità. Le aree visive e il precuneo riattivano la memoria, mentre cala l’attività della corteccia cingolata anteriore: un meccanismo che spiega perché continuiamo a rivivere dentro di noi il gol subito.
Oltre il calcio
Il calcio, dunque, diventa un laboratorio perfetto per osservare la mente umana. Un gol non è solo un gesto tecnico: nel cervello è un’esplosione di appartenenza e orgoglio. Una sconfitta non è solo un punto perso: è un corto circuito emotivo che può offuscare il controllo.
La ricerca cilena dimostra che il tifo è molto più di una passione sportiva: è un fenomeno globale che ci riguarda tutti, perché mette in luce i meccanismi neurobiologici che regolano l’identità di gruppo, la rivalità e la capacità, o difficoltà, di gestire emozioni estreme.