De Gaudio: “I miei anni d’oro con Bearzot”

Hanno saltato l’ultima telefonata, quella che ogni anno si scambiavano alla vigilia di Natale, per gli auguri. Il ‘Vecio’ l’aveva sentito un mese fa appena. “Non gli dispiaceva lagnarsi, come da carattere, ma come al solito non gli ho tenuto corda”. Si conoscevano da una vita, hanno attraversato prima la bufera poi il trionfo dei Mondiali ’82 in Spagna, l’uno fianco all’altro, superando diffidenze, ostacoli, avversità e trovandosi sul carro dei vincitori insieme a quelli che non credevano in quell’Italia. Eccolo, Carlo De Gaudio, il capo missione di quella spedizione, quella di un Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che saltava come un bambino sugli spalti del Bernabeu, parlare di Enzo Bearzot, il compagno di avventura morto oggi a Milano.

“Sapevo – spiega all’Ansa – che le sue condizioni non erano buone. Era stato in ospedale. L’ultima volta che ci siamo sentiti mi ha detto che stava cercando di superare questa fase difficile. Confidava in un miglioramento. Ci eravamo dati appuntamento per risentirci tra domani e dopodomani e scambiarci gli auguri”. Da sempre nel mondo dello sport, De Gaudio, organizzatore di eventi sportivi di livello internazionale, da quarant’anni nel mondo del calcio, incarichi di prestigio nel governo del pallone, è oggi soprattutto un uomo affranto.

“Ero un grandissimo estimatore di Enzo, ero, se si può dire, ‘innamorato’ del suo modo di interpretare lo sport, della sua straordinaria competenza calcistica. Ha saputo affrontare tante difficoltà, dentro ne soffriva ma aveva la scorza dura del friuliano”. Quando gli si chiede di ricordare qualche episodio particolare di quei giorni, De Gaudio, 82 anni, si ritrae un poco. “E’ passato davvero tanto tempo che è difficile”. Una spedizione iniziata male, con risultati che non davano certo ragione alle scelte tattiche del ct friuliano. “E’ vero, all’inizio – ricorda De Gaudio – abbiamo avuto dei problemi, con una parte della stampa che non era favorevole a Bearzot”.

Un percorso condito da cattiverie e qualche pettegolezzo che circondava alcuni giocatori. “Fatti passati, messi in giro all’epoca da qualcuno, come i brasiliani. Non c’era niente di vero, si voleva solo portare un po’ di scompiglio nell’ambiente azzurro”.

Ma la svolta arrivò, grazie anche a quel ct che “aveva un grande merito, sapeva tenere la squadra unita, difendeva tutti. Certo, tutto questo non lo faceva a costo zero perché soffriva dentro. Ma il suo merito più importante era quello di sapere guardare dentro le persone, riconoscerne le qualità. Così oggi voglio ricordare Enzo”.

[Daiana Di Nuzzo – Fonte: www.tuttomercatoweb.com]