Il calcio italiano affonda: tra tecnici, tifosi e protagonisti, ecco tutti i perchè

Nessuno sembra farci caso, ma quest’anno ci mancheranno e quanto otto allenatori: Mourinho, Leonardo, Zenga, Zaccheroni, Donadoni, Ballardini, Ferrara e Prandelli. Cui si devono aggiungere quelli persi nelle stagioni passate: Trapattoni in compagnia di Tardelli; Capello in compagnia di Galbiati, Tancredi, il preparatore Neri e il manager Baldini; Carlo Ancelotti, Roberto Mancini e Mandorlini. Arrigo Sacchi scrive per la Gazzetta, Claudio Gentile sogna il deserto libico, la sua prima casa, spartana ma romantica. E’ rientrato in Italia, ma non nel giro, Gianfranco Zola.

Fate i conti e scoprirete che é sparita una squadra intera di tecnici. Bravi, come bravi sono gli allenatori italiani. Non amano rischiare, ma solo perché gli mettono fretta e paura i presidenti, i quali, pagando, si ritengono addirittura più preparati dei loro sottoposti, usciti a pieni voti da Coverciano. Pensate forse che i nostri non conoscano, come Guardiola, il fascino e i vantaggi del possesso palla? Ventura ci fece la sua tesi, tanti anni fa, quando Guardiola giocava ancora. A Bari ha trovato l’ambiente giusto per lavorare e in Puglia ha riproposto quel gioco che già aveva avuto successo a Pisa. E’ una questione di cultura, non di uomini. Semmai di uomini con più o meno cultura.

Deve essere l’ambiente a crescere. Una maturazione (mancata maturazione) cui contribuiscono anche i media, che cercano di soddisfare le esigenze dei lettori o ascoltatori o telespettatori, piuttosto che la propria coscienza professionale. Siamo entrati in un tunnel e chissà quando e come riusciremo a venirne fuori. Se scrivi una cosa, lo fai perché hai secondi fini: sei pagato, tifi per i rivali, odi il presidente, l’allenatore, i giocatori. I tifosi s’identificano con il proprio club, che é pulito, sano, il classico club d’onore e guai a chi scrive o fornisce notizie che ne possano in qualche maniera inquinare l’immagine. Ci sono poi i soldatini dell’antitifo, che militano a prescindere contro i propri dirigenti e loro vorrebbero sempre insulti.

Chi opera nella comunicazione, volendo inseguire l’approvazione degli uni o degli altri rischia di impazzire. Il consiglio é sempre quello: ognuno dica e faccia ciò che vuole, nel rispetto della (sua) verità e della (sua) professionalità. Ci é capitato di recente di scrivere, proprio su questo sito, alcune righe leggere, estive diciamo, su Juve, Inter, Milan, Roma, Sampdoria, Lazio e Napoli. A dar retta alle reazioni epistolari, non tutti sono entrati nella parte o avevano voglia di divertirsi o di ridere degli altri o di se stessi. Troppo seriosi, ragazzi. E’ un gioco, non una guerra. Ci sono avversari, non nemici. E’ questo (e non solo, ovvio) il clima che inquina il calcio italiano e che ci spinge verso il fondo.

E la colpa non é dei fruitori: se sono permalosi e incattiviti é perché li abbiamo portati, noi come parte del sistema, ad essere così. Dovremmo ricominciare. Azzerare, buttare le carte in aria, leggere e studiare la storia del calcio e le storie belle del calcio. Magari sognare al momento del calcio mercato. E ricordarsi che amiamo tutti questa barca, che ora fa acqua, ma si riprenderà. In fin dei conti, dipende anche da noi. Non prendiamocela con i tecnici, come é successo e, temiamo, succederà di nuovo. Un signore che non c’é più diceva: allegria. Appunto.

[Roberto Renga – Fonte: www.tuttomercatoweb.com]