L’insostenibile differenza fra Cassano e Pazzini. Menez, Roma è come Bari, come Genova, come l’Italia

Perché Antonio Cassano, decisivo nell’ultima partita giocata dal Milan in Campionato contro la Sampdoria, rigore segnato più assist più ottima prestazione, non più tardi di Sabato 16 Aprile 2011, sia un caso e perché invece non lo sia Giampaolo Pazzini che ha segnato l’ultimo gol dell’attacco interista, con l’aiuto dell’omero, nel periodo preistorico (era il 20 Marzo 2011) in cui l’Inter era praticamente in testa alla classifica e praticamente in finale a Wembley, è uno dei misteri del circuito mediatico italiano.

Antonio Cassano al Milan è costato 16 milioni di euro in meno rispetto a Pazzini all’Inter, entrambi non hanno brillato nell’ultima partita di Coppa Italia delle milanesi affrontata peraltro con diversi schieramenti dalle due squadre (l’Inter ha schierato tutti i titolari, il Milan alle prese con una lotta più importante ne ha fatti riposare sette), ma il caso è solo quello del barese. Il centravanti di Pescia? Perfettamente mimetizzato, coperto, abbottonato. Chissà, le domande del post-partita e i titoli del giorno dopo devono avere a che fare con le latitudini, con i dialetti. Certo, non c’è aderenza ai fatti. Antonio Cassano nel Milan ha dovuto fare i conti non solo con un cambio di preparazione come Pazzini, ma anche con il ritorno a tambur battente in campo dopo un periodo di inattività di due mesi, eppure ha messo a segno quattro gol, cinque assist, un brillante ritorno in Nazionale e, già che c’era, una bellissima paternità. Parliamoci chiaro, questa fretta di “cederlo” da parte di tv e giornali non ha fondamento. Nonostante qualche sommesso brontolio delle scorse settimane, Antonio è felicissimo del Milan e al Milan. Un grandissimo affare sul piano economico e una grande risorsa su quello tecnico. La prossima sfida per lui è fare una grande gara giocando dal primo minuto. Per la verità, l’aveva già fatta il 12 Febbraio a San Siro con il Parma ma in questo mondo c’è sempre bisogno di conferme. Per alcuni naturalmente. Solo per alcuni…Gli altri? Tranquilli, protetti, sotto coperta.

Quello che è accaduto a Jeremy Menez ha dell’incredibile. Ed è ancor più allucinante l’assuefazione con cui ormai il calcio italiano mastica sé stesso, ruminando annoiato di fronte ad eventi che devono invece suscitare una reazione feroce. Pedinato, inseguito, un macigno contro l’auto nel percorso verso casa all’uscita dallo Stadio. Città di pazzi e città di qualcos’altro, dice il giocatore francese. E’ troppo buono. Chi ha il dovere di guardare il Paese del calcio dall’alto e non rasoterra, avrebbe, ha, il dovere di rispondergli che il problema italiano non è solo Roma. Mancherebbe altro. Il problema è Bari con la squadra aggredita per l’ultimo posto in classifica, il problema è Genova con il pullman della Sampdoria sprangato al ritorno da Milano, con l’allenatore Cavasin umiliato dall’individuo che lo obbliga a fare i punti altrimenti lo va a cercare. E’ il trionfo del veleno, la cancellazione della cultura sportiva. Giocatori di calcio e le loro famiglie, dirigenti e allenatori e le loro famiglie, ridotti a puri e semplici strumenti nelle mani di “tifosi” che non vogliono subire sfottò su internet, che vogliono farsi belli con le vittorie della propria squadra per non soccombere nello scambio di accuse e battute con gli altri, con i rivali, con i nemici. Oggi la palla torna al centro e si torna a giocare. Il buon Marzullo, giuro, non c’entra. Ma varrà la pena chiedersi un giorno se è calcio ed eventualmente che calcio è e dove va? L’ultimo tentativo di provare a fermare l’inerzia negativa lo fece il Milan nell’Aprile 2006. I giocatori dell’Inter erano stati aggrediti all’aeroporto al rientro dalla loro trasferta ad Ascoli, e i rossonera decisero per solidarietà, in segno di protesta, di iniziare un quarto d’ora dopo la partita casalinga con il Chievo. Poco, troppo poco, ma almeno, ricordiamocelo.

Dejan Stankovic si lamenta. Non vedevano l’ora di attaccarci, in giro c’è troppa invidia. Tenero. Ingenuo. Il campione serbo dovrebbe sapere, e qualcuno dovrebbe quanto meno informarlo, che è normale per una grande squadra. Anzi, lui dovrebbe esserne felice. Quando una squadra è forte e vince, si processano le altre. Quando, come dovrebbe essere normale, la grande squadra umanamente segna il passo, le si presenta il conto. E’ stato così per la grande Juve bonipertiana, quasi sempre prima e quasi sempre vincente dal 1971 al 1986 (ben quindici anni) e poi letteralmente massacrata e fatta a pezzi nel periodo, dal 1986 al 1995, in cui non ha più vinto lo Scudetto. Per non parlare del Milan di Silvio Berlusconi: durante il primo dei suoi cicli, dal 1987 al 1996 (5 Scudetti, 2 Intercontinentali, 3 Coppe dei Campioni, 4 Supercoppe di Lega, 3 Supercoppe d’Europa, svariate Finali e numerosi piazzamenti), ad ogni minimo passo falso spuntavano titoli e titoloni sul ciclo finito, puntualmente riveduti e corretti al trionfo successivo. L’Inter è giovane in questo senso, sia nelle vittorie sia nell’uscita dal percorso glorioso dei trionfi. Non c’è né invidia, né voglia di attaccare, è la vita. E per conoscerla, bisogna vivere, sia prima del 2006 che dopo il 2006…

Quando si vede giocare il Palermo come a Roma in Campionato e come a San Siro in Coppa Italia, viene naturale chiedersi come mai e perché mai. Una squadra così fluida, così ricca di talenti, come ha fatto ad essere eliminata dal Cska Mosca e dallo Sparta Praga (!) in Europa League e come fa ad essere ottava in classifica a 24 punti dalla vetta? L’allenatore, Delio Rossi, è bravo, i giocatori ci sono e sono di grande prospettiva. Il pubblico è fra i più corretti d’Italia, allo stadio e fuori. Tutte le volte che gli sportivi palermitani si collegano con una radio o con una tv per dire la loro nelle rubriche aperte al pubblico, lo fanno con educazione e competenza. Come mai allora? Che è successo? Chi e come ha complicato la stagione di una realtà così’ fresca e ridondante? Fare nomi e cognomi rischia di essere poco rispettoso ed impietoso. E’ ancora troppo recente l’immagine coniata da Alberto Costa, sul Corriere della Sera, del “curatore presidenziale”. In effetti chi si lamenta costantemente della disposizione della propria difesa, avrebbe un bisogno totale, fisico, assoluto, di un marcatore feroce. Un tallonatore che gli consenta di organizzare la società e di allestire la squadra, come fa molto bene, ma non di parlare. Mai. Parlare mai. Il danno è garantito.

[Mauro Suma – Fonte: www.tuttomercatoweb.com]