Ridete di Galliani ridete, che poi ridono gli altri! David Pizarro come Zvone Boban? Onore a Julio Cesar, Mazzarri e il quarto uomo di Villarreal

156
Partendo dal Ranking Uefa, oggi il vero tallone d’Achille del calcio italiano, e arrivando all’algebra, le cose che dice Adriano Galliani all’inizio fanno ridere, soprattutto chi è interessato a farlo, poi a pensarci bene la risata crassa se ne va e passa il testimone al tempo galantuomo. Alla metà dello scorso decennio, all’incirca 5-6 anni fa, Adriano Galliani lo ripeteva fino alla noia.


Anche parlando ai propri tifosi che non andavano oltre il caccia la grana: “Il calcio italiano – sono frasi del 2005 e del 2006 – ha le ore contate, la fiscalità spagnola e gli stadi tedeschi e inglesi da una parte, i diritti tv tutt’altro che collettivi in Spagna e la maggior disponibilità economica a spendere sul calcio di un popolo con più soldi in tasca del nostro come quello inglese, indeboliranno sempre più il calcio italiano. In un contesto del genere è già un miracolo che il Milan sia al primo posto del Ranking europeo, cosa della quale siamo orgogliosissimi.

Oggi il calcio italiano in Champions League è un passo avanti rispetto al prodotto Italia all’estero, se le cose non cambieranno e se non ci attrezzeremo in modo tale da non dover dipendere solo dal Presidente mecenate, il calcio italiano si adeguerà agli altri settori del nostro Paese”. E tutti giù a ridere. E ridevano, come ridevano, a crepapelle…Tutti a dire che Galliani parlava così solo perché non voleva spendere, tutti a sentenziare che il Ranking non contava nulla e che interessava solo a lui. Oggi che tutte le profezie del miglior dirigente sportivo italiano di Club si stanno avverando una in fila all’altra, oggi che la vittoria di una sola, singola, partita di una squadra italiana nelle Coppe europee è diventata merce rara, quelli che ridevano guardano il Ranking e piangono. E a sua volta piange anche il Ranking delle italiane, misero e languido come mai prima d’ora.

E piange, per colpa nostra. Non costruiamo stadi all’altezza del calcio moderno, non vendiamo al meglio il prodotto calcio all’estero e, per uscire dal solco tracciato da Galliani, giochiamo male. E lo facciamo ancora, sempre e solo per colpa nostra. Quello italiano è un calcio soprattutto polemico e soprattutto velenoso. Pur di sfottere e denigrare l’avversario, siamo ossessionati dalla vittoria comunque sia e comunque arrivi. Turiamoci il naso, ma vinciamo. Costi quel che costi. E’ così, con una fisicità ben superiore alla qualità non solo dei tocchi ma anche dei movimenti, che ha vinto la Juventus nel 2005, non a caso l’inizio dell’era dei veleni, e nel 2006, con cui l’Inter ha vinto gli anni successivi e con cui si è fatto largo in classifica anche il Milan di quest’anno leader della Serie A. In questo Campionato si gioca purtroppo così e nemmeno il Milan poteva rimanere per altro tempo nel suo splendido isolamento tecnico. Milan-Tottenham ne è un chiaro esempio. Il centrocampo schierato per tante ragioni e per le tante assenze contro gli inglesi, Gattuso-Thiago Silva-Flamini, andava benissimo per vincere una qualsiasi delle partite del calcio italiano. In Champions League, ormai sport diverso rispetto a quello che si pratica ogni domenica sui nostri campi, serve altro. Cosa che si è vista benissimo anche in Inter-Bayern Monaco, nonostante gli amorevoli salvagente della Rcs. L’Inter ha certamente avuto le sue occasioni, ma figlie di spunti dei singoli e di carica nervosa, mai di gioco. Quello lo ha fatto, e anche molto bene, solo ed esclusivamente il Bayern, sia nel primo che nel secondo tempo. E in Champions League, mettiamocelo bene in testa, conta il gioco, non le spallate estemporanee.

Si fa seguire il dibattito interno al mondo romanista su David Pizarro. Il cileno, assente da molto tempo, aveva male. Molto male. Poi cambia l’allenatore e si scopre in una sera di tardo inverno, a Bologna, che poi forse non stava così male. In campo, nel giro di tre giorni, Pizarro ha trovato la forza e la salute per guidare i suoi alla vittoria contro la squadra di Di Vaio e Malesani. Il particolare ricorda una fase di vita vissuta di Alberto Zaccheroni nel mese di Marzo del 2001. Il tecnico di Cesenatico era stato appena esonerato dal Milan, subito dopo un pareggio rimediato in casa da un Milan rimaneggiato contro il Deportivo La Coruna che era costato ai rossoneri l’eliminazione dalla Champions League. La sera di quel pareggio, Boban in campo non c’era, era assente. Molto assente. Il giorno dopo, raccolte le proprie cose dal proprio ufficio di Milanello al mattino, il buon Zac seguiva in serata l’allenamento del Milan, su Milan Channel, dalla sua abitazione. La squadra iniziava la seduta di lavoro con i giri di campo e il campione croato era in testa al gruppo. Un pugno sul tavolo e via. La nemesi Bobaniana di Pizarro non è la prima e non sarà l’ultima…

Caro Julio Cesar, l’olandese Robben è un grande campione. Quel suo tiro tagliato, con tanto giro e con la palla che rimbalza a pochi centimetri dalla presa del portiere, è un pallone su cui si può sbagliare, ammesso e non concesso che di errore si tratti. E anche fosse, non è un dramma e non bisogna farsi del male. Julio Cesar è una splendida persona e fior di professionista. I punti dell’Inter in classifica portati dalle parate del suo portiere titolare, sono ben più di tre. Fa pertanto impressione che un grande campione come lui vada a casa a piedi a testa bassa, perché sente su di sé il peso della sconfitta. Gli fa onore, ma non è giusto. Premesso che è molto meglio un giocatore che si responsabilizza oltre misura rispetto a chi se ne frega bellamente di aver commesso un errore in campo, su Julio Cesar nessuno deve sbagliare la mira. La palla di Robben aveva un altissimo coefficiente di difficoltà e se un ambiente che ama addebitare le sconfitte, e scaricarne il peso su chi capita per sgravarsi la coscienza, gli ha puntato il dito contro, si sbaglia di grosso.

Walter Mazzarri è un allenatore bra-vis-si-mo. E lo è non da oggi. Un tecnico che salva una squadra come la Reggina con prima quindici e poi undici punti di penalizzazione, è bravo da sempre. Il Napoli è una splendida creatura, nata peraltro in corsa, durante la scorsa stagione, senza pianificazione estiva da parte del suo nuovo tecnico. Mazzarri è infatti diventato allenatore dei partenopei al posto di Roberto Donadoni dopo un periodo critico e con gli stessi giocatori del tecnico bergamasco ha costruito una splendida macchina da guerra.

Premesso tutto questo e senza secondi fini, ma perché deve costruire un personaggio inversamente proporzionale alla sua indiscutibile bravura? Se Yebda perde quella palla, ne deve parlare in maniera molto seria con il giocatore non con il quarto uomo quasi petto contro petto. Su una palla qualsiasi nell’area di rigore del Villareal, non deve andare dal bordocampista, impegnato nella diretta tv, a dire di parlare del rigore. Che fra l’altro non c’era. Sono troppo ostentate ed eccessive le ossessioni arbitrali per Mazzarri, e il troppo stroppia anche per lui. La sua squadra è splendida, costruita in primis dallo stesso Mazzarri senza dimenticare le grandiose invenzioni di Pierpaolo Marino (Hamsik, Lavezzi e Gargano li ha portati lui), e non ha bisogno che di lei si pensi che proprio il suo demiurgo, proprio il suo allenatore, produca eccessive tensioni sul fronte arbitrale. Altrimenti, prima o poi, il mondo del calcio finisce per chiedersi una cosa semplice semplice: a che scopo?

[Mauro Suma – Fonte: www.tuttomercatoweb.com]

Articoli correlati