Bologna, non complicarti la vita

Rimpianto. Sembrerà strano ma al triplice fischio del signor Celi di Campobasso il primo sentimento che ho provato è stato proprio quello. Molti diranno che si giocava su un campo difficile e caldissimo, con una squadra dal tasso tecnico superiore e in cerca di immediato riscatto dopo l’avvicendamento in panchina. Insomma, dopo due tonfi esterni clamorosi, una sconfitta onesta che ci può stare. Eppure, nonostante una partita tutt’altro che eccezionale, a dieci minuti dalla fine il Bologna stava pareggiando e portando a casa un punto pesante come un’incudine.

Un pareggio frutto però solo di una fase difensiva ordinata e delle parate del solito strepitoso Viviano, nulla più. Ed è proprio qui che il rimpianto aumenta: perché il Bologna tutte le volte deve sempre accontentarsi di difendere, contrastare, resistere, senza mai proporre uno spunto offensivo degno di nota? Perché la qualità resta confinata in panchina quasi come un talismano troppo prezioso per essere consumato per novanta logoranti minuti?

Probabilmente se i rossoblù avessero pareggiato saremmo qui tutti a complimentarci con Malesani, così come abbiamo fatto dopo la vittoria di sabato scorso. Ma rischiando così non può sempre andarti bene, a scherzare troppo spesso col fuoco prima o poi ci si brucia. Se il fuoco si chiama Lecce, con tutto il rispetto, magari va a finire che vinci 2-0 e ti prendi pure gli elogi (da dividere in gran parte con San Marco Di Vaio), se invece si chiama Genoa finisce con una bella ustione proprio quando si pensava di essersi messi le fiamme alle spalle.

Io non sono nessuno per giudicare un allenatore, ma per una volta, solo per una, mi piacerebbe tanto sedere sulla panchina di una squadra per provare a dimostrare che il calcio non è una cosa così complessa, articolata e cervellotica come vogliono farci credere. Se hai in rosa uno dei più forti attaccanti italiani in circolazione, uno che in genere segna anche bendato, bene, quell’attaccante dovrà essere la tua punta centrale. Se ha due giovanti talenti sudamericani in grado di saltare l’uomo e creare scompiglio nella retroguardia avversaria dovranno essere loro (o almeno uno dei due) a supportare il centravanti (Meggiorini corre e lotta come pochi ma non è concepibile che sia lui ad occupare la posizione privilegiata dal capitano).

Capisco che fra il dire e il fare ce ne passa, ma la dimostrazione alla mia tesi arriva dagli ultimi dieci minuti della gara di ieri sera. Prima azione pericolosa del Bologna dopo ottanta (e dico ottanta, e ripeto ottanta) minuti: palla in verticale (altra parola da scandire bene) di Ramirez per Gimenez, sponda per Di Vaio, conclusione con palla fuori di un soffio (chissà, forse perché il bomber era stanco dopo aver fatto su e giù per la fascia chissà quante volte). E nel recupero altra occasionissima per Gimenez, servito da Ramirez. Chi lo sa, magari avremmo perso lo stesso, forse però senza rimpianti, e forse dopo esserci divertiti un po’ di più.

A differenza delle ultime due nefaste trasferte (Palermo e Cagliari), stavolta il Bologna è sì spesso rimasto a guardare gli avversari giocare (cosa di cui si era fortemente lamentato anche il presidente Porcedda), ma molto spesso ha anche provato con grinta e tenacia a mettere fuori la testa dalla propria area di rigore (e lo sforzo va apprezzato, ci mancherebbe), senza però mai riuscirci. Il motivo? Leggere quanto scritto poco fa, grazie. È una questione di qualità, di fantasia: il Bologna ce l’avrebbe, ma per vari motivi non la sfrutta o non la può sfruttare.

Detto di Ramirez e Gimenez, un discorso a parte va fatto per il centrocampo, dove gli uomini deputati a dare ordine sono fin qui clamorosamente mancati. No, non perché abbiano giocato male, ma perché non sono quasi mai scesi in campo. E stavolta l’allenatore non c’entra, c’entra la sfortuna. Ekdal è tornato a giocare da titolare solo ieri (e fisicamente è apparso in difficoltà, nonostante qualche buona giocata), Krhin invece sarà il prossimo caso trattato a “Chi l’ha visto”, così come Morleo (ma qui parliamo della difesa).

Lo sloveno, già pupillo di Mourinho, potrebbe davvero essere l’uomo in grado di dare la svolta ad un centrocampo pieno zeppo di incontristi (che vanno benissimo se si chiamano Mudingayi e Perez, un po’ meno se sono Radovanovic e Casarini) e povero di inventiva (i passaggi in verticale, di nuovo loro, questo sconosciuti). Insomma, i modi e i margini per migliorare ci sono tutti, e non bisogna per forza andarsi a complicare la vita. Io continuo a pensare che questa sia una buona squadra, costruita con sufficiente raziocinio (tranne che per la mancanza di un acquisto importante nel reparto avanzato) e in grado di salvarsi senza troppe difficoltà.

Il prossimo sarà un periodo decisivo: tante risposte precise da ricevere per quanto riguarda la società e la sua salute economica e tante sfide sul campo contro dirette concorrenti (Brescia, Chievo e Cesena, intervallate dal Napoli) per risollevarsi di nuovo in classifica. Bisogna crederci, giocarsela, sempre. Bando alla paura. E ai rimpianti.

[Simone Minghinelli – Fonte: www.zerocinquantuno.it]