Da funambolo anarchico ad attaccante completo: l’evoluzione di Zàrate, il successo di Reja

“Il mister mi chiede di partire da sinistra e di tagliare in profondità sorprendendo le difese. Contro l’Inter ho segnato facendo questo, ora devo continuare a farlo”. Discussioni finite, Reja e Zàrate hanno trovato la quadratura del cerchio. Panchina, seconda punta, esterno destro, attaccante centrale: dieci mesi di rodaggio, dallo sbarco del tecnico goriziano nella Capitale ad oggi, dopo tanto girovagare e qualche muso lungo, il numero 10 argentino ha finalmente trovato la sua dimensione.

Probabilmente era quella più scontata, attaccante esterno, lontano da marcature esasperate, dove può guardare in faccia l’avversario, frustrandolo con le due serpentine, sfidarlo nell’uno contro uno per poi scegliere tra fondo del campo e conversione centrale. Parte da sinistra il “nuovo” Zàrate, lascia a Floccari il compito di sfiancare i dirimpettai di turno, per poi bruciarli in verticale partendo dalla distanza. E’ quello che ha fatto al cospetto del giovane Natalino, tagliato fuori dal cioccolatino di Hernanes che il numero 10 di Haedo ha scartato con lucidità e classe.

Stando alle sue caratteristiche era la posizione più scontata, quella che nel primo anno italiano gli ha permesso di dipingere calcio e reti sublimi. Da sinistra verso il centro, per dare libero sfogo al suo ispirato destro. Da quella porzione di campo ha disegnato traiettorie insperate, parabole al veleno che hanno lasciato il segno, tra gli altri nei match più delicati, contro la Roma ed in Coppa Italia contro Juventus e Sampdoria. Era e continua ad essere la sua giocata classifica. Ma Zàrate ora si è evoluto. Partendo sempre dall’out mancino, ma non solo, il Maurito di oggi non si limita solo a cercare lo spiraglio per la soluzione personale, ma partecipa attivamente allo sviluppo della manovra corale.

In passato era un chiodo fisso, caricarsi la squadra sulle spalle (pagando poi psicologicamente le inevitabili pressioni), tentando di tirare fuori il classico coniglio dal cilindro; oggi sta diventando l’esecutore della ripartenze biancocelesti. Ha imparato a conoscerci, ha preso definitivamente coscienza delle sue doti da attaccante a 360°, ha allargato i suoi orizzonti. Zàrate non è più solamente sinonimo di tentativi di percussione personale, dribbling e soluzioni balistiche da cineteca, Maurito ha scoperto del gusto del gol “più facile”, realizzato con pochi tocchi partendo sul filo del fuorigioco. La rete realizzata a Verona contro il Chievo, lo scatto bruciante e vincente su Paolo Cannavaro contro il Napoli, la prima perla della sua carriera contro i nerazzurri: tre gemme pesanti e decisive eseguite seguendo lo stesso canovaccio tecnico.

In tutte e tre le circostanze ha capitalizzato le caratteristiche della Lazio, letale quando ha spazio per colpire in contropiede. Ragionando, ma anche con pochi tocchi: verticalizzazione del portatore di palla (con il Chievo e con i partenopei è stato Mauri, con i meneghini Hernanes), taglio in profondità alle spalle del difensore e porta spalancata. E’ stata sempre l’azione tipica di Rocchi, è diventata anche quella di Zàrate. L’argentino si è scoperto incisivo: è il risultato di un martellamento continuo di Reja, durante gli allenamenti e nel corso delle gare. “Deve imparare a dettare la profondità, spesso tende a agire troppo lontano dalla porta, si fa attrarre troppo dal pallone, si intestardisce troppo in azioni personali, deve imparare a muoversi nello spazio senza palla…”: sono solo alcune delle bacchettate sciorinate nel corso dei mesi. Dopo tanto sbuffare, qualche sostituzione ed un paio di frizioni, Zio Edy sta raggiungendo lo scopo. Sta plasmando Zàrate, da funambolo anarchico a potenziale campione. E’ il viatico sul quale si continuerà a puntare anche a Torino contro la Juventus e nelle gare successive. Ormai il dado è tratto: Maurito sta diventato mente e braccio della Lazio contemporaneamente.

[Daniele Baldini – Fonte: www.lalaziosiamonoi.it]