
NAPOLI – L’apertura del 2026 ha portato con sé un clima di forte tensione istituzionale all’interno del calcio italiano. Al centro della disputa non ci sono i risultati sul campo, ma le regole finanziarie che governano il mercato: nello specifico, l’indicatore del costo del lavoro allargato. Una norma che, al momento, sta condizionando pesantemente la strategia del Napoli e che ha innescato una dura reazione da parte delle altre grandi del campionato, Milan Roma, Juventus e Inter in testa.
Il nodo della questione risiede nel limite di 0.8 imposto dalla FIGC per garantire la sostenibilità dei club. Questo indicatore stabilisce che il costo del personale che include stipendi lordi di calciatori e staff, premi e commissioni agli agenti non può superare l’80% del fatturato medio strutturale degli ultimi tre anni.
Il Napoli di Aurelio De Laurentiis si è ritrovato bloccato da questo parametro, costretto a operare in entrata solo a fronte di cessioni (il cosiddetto “saldo zero”). Questa situazione ha creato un’impasse tecnica per il DS Giovanni Manna, impossibilitato a soddisfare le richieste di rinforzi di Antonio Conte prima di aver sbloccato le uscite di profili come Lorenzo Lucca e Noa Lang.
Il paradosso tra liquidità e fatturato
La posizione del club partenopeo evidenzia quello che molti definiscono un paradosso normativo. Il Napoli dispone infatti di ampie riserve di liquidità accantonate negli anni, frutto di una gestione oculata. Tuttavia, il regolamento attuale premia il flusso annuo (il rapporto entrate/uscite correnti) anziché la solidità patrimoniale (quanti soldi il club ha effettivamente in banca). Avendo un fatturato strutturale inferiore a quello di club come Inter o Juventus, il Napoli raggiunge più rapidamente il tetto dell’80%, trovandosi impossibilitato a investire il proprio tesoretto senza violare i parametri federali.
La possibilità di una modifica della norma in corsa ha sollevato un polverone nell’ultima assemblea di Lega Serie A. Figure di spicco come Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta hanno espresso forte contrarietà all’ipotesi di cambiare le regole a stagione iniziata. Il timore espresso dai dirigenti di Juventus e Inter è che un intervento normativo “ad hoc” possa avvantaggiare esclusivamente il Napoli, minando la credibilità dell’intero sistema e alterando la competizione in corso.
I toni durante l’assemblea sono stati particolarmente accesi, con uno scontro verbale diretto tra De Laurentiis e gli altri presidenti. Se da un lato la sostanza suggerirebbe di permettere a un club sano finanziariamente di investire le proprie risorse, dall’altro la forma pone un problema di equità. Il Milan, avendo votato contro la proposta in Lega, rimane l’unico soggetto potenzialmente legittimato a impugnare un’eventuale decisione favorevole alla modifica.
La decisione finale spetta ora al Consiglio Federale straordinario, chiamato a valutare se la stabilità del sistema debba passare per il rigore formale delle percentuali o per una maggiore flessibilità che tenga conto della reale capacità di spesa dei club. Cambiare le regole mentre la competizione è in pieno svolgimento è visto da molti osservatori come uno “schiaffo alla credibilità”, ma il blocco degli investimenti per società con i conti in ordine rappresenta un limite che il calcio italiano, in cerca di rilancio, potrebbe non potersi più permettere.