Torino, il punto: un derby per rilanciarsi

Il derby non è una partita come le altre, lo sanno tutti. Ma questo, il 227 che vede granata e bianconeri contrapposti, ha delle valenze, se possibile, ancora più importanti e che vanno al di là della storica rivalità cittadina e persino della classifica, soprattutto per il Torino. Per la Juventus il discorso è un po’ differente poiché la squadra di Conte si avvia a vincere il suo secondo scudetto consecutivo, il ventinovesimo per le statistiche ufficiali, quindi a parte la soddisfazione di battere i cosiddetti “cugini” non hanno nulla da chiedere a questa partita. Mentre per il Torino ci sono molti più risvolti sia sul campo sia fuori che s’intrecciano e vanno tenuti in grande considerazione.

Domenica pomeriggio, a differenza di quanto accadde all’andata allo Juventus Stadium dove i tifosi del Toro avevano solo lo spazio che si concede ai sostenitori avversari, lo stadio Olimpico non sarà tutto granata. Che i tifosi del Toro non siano accorsi in massa a comprare i biglietti per il derby non stupisce chi conosce a fondo il mondo granata e non conta solo la crisi economica italiana e il fatto che fra le due squadre ci siano ben quarantuno punti di differenza in classifica (quaranta se non si conta il meno uno granata) che indubbiamente fanno pendere il pronostico in favore della Juventus che ha più del doppio, esattamente il doppio più cinque, dei punti del Torino. I tifosi del Toro sono sempre vicini alla loro squadra, ma non sono ciechi e vedono che il gioco prodotto dai loro beniamini non è quello che si attendevano a seguito delle aspettative che si erano prospettate a inizio stagione. Le lacune ci sono sia nell’organico non adeguato al 4-2-4, credo di Ventura, sia nel tipo di calcio proposto infatti, fino a quando la squadra si sbilanciava meno in avanti segnando poco non incassava molti gol, da quando il numero delle reti fatte si è incrementato sono cresciute anche quelle subite.

A questo va aggiunto che in serie A nessuna squadra scende in campo con due soli centrocampisti di ruolo e che gli altri allenatori non richiedono un sacrificio in copertura così elevato come fa Ventura con i suoi esterni alti e le sue punte proprio per supportare i due soli mediani.

Come se tutto questo non bastasse Ogbonna è incappato in una stagione sfortunata a causa degli infortuni che ne hanno condizionato, e lo stanno ancora facendo, le prestazioni. Masiello non ha convinto del tutto, nonostante il mister riponga in lui grande fiducia. Brighi che è forse il granata che a centrocampo unisce maggiormente le doti di interdizione a quelle di impostazione della manovra offensiva nella prima parte della stagione non è stato sempre utilizzato e poi quando nella seconda ha trovato spazio con continuità si è fatto male e solo oggi riprenderà ad allenarsi a tempo pieno con i compagni. Santana che ha grandi qualità che si confanno bene al modulo caro all’allenatore in stagione però ha avuto più di un acciacco che lo ha costretto suo malgrado alcune volte a non essere disponibile. Bianchi già non era considerato la punta ideale in serie B e continua a non esserlo anche in serie A e in rosa non c’è nessun altro attaccante o anche altro giocatore che in trentatre giornate sia riuscito ad arrivare in doppia cifra in quanto a gol segnati.

I giovani hanno trovato ben poco o nessuno spazio in questa stagione e anche altri calciatori sono stati utilizzati con il contagocce e solo quando non se ne poteva fare a meno sono stati mandati in campo, questo perché non sono ritenuti abbastanza validi neppure come riserve, a prescindere da quello che viene detto a parole perché ciò che conta sono i fatti e se un giocatore quasi a fine stagione ha accumulato un minutaggio molto esiguo è evidente che non gode di sufficiente considerazione (lasciando perdere Coppola che essendo il vice portiere è il suo ruolo a penalizzarlo infatti avviene così anche nelle altre squadre, diverso è per i vari Di Cesare, Caceres e Birsa come lo era, nel girone d’andata prima che fossero ceduti a gennaio, per Agostini, De Feudis, Gorobsov, Sgrigna e Sansone), poi si può disquisire all’infinito se chi gioca poco è per demeriti suoi o per idee differenti altrui o per entrambi i motivi.

Anche il fatto che si sia sempre puntato sul gruppo mettendo in secondo piano quanto i singoli possono apportare ha fatto sì che la squadra non avesse un vero leader che trascinasse all’occorrenza gli altri, non basta che il leader sia l’allenatore perché è nel rettangolo di gioco che serve qualcuno che abbia l’autorità universalmente riconosciuta per prendere per mano i compagni nei momenti di bisogno: quando c’è da stringere i denti e provare a contenere un passivo se si ha di fronte un avversario nettamente superiore o a non lasciarsi sfuggire una vittoria già acquisita o a ribaltare un risultato perché l’avversario sottovaluta la possibilità di rimonta o è in difficoltà. Non è sufficiente che il mister dalla panchina o negli spogliatoi nell’intervallo sproni la squadra per azzerare le difficoltà.

Senza dimenticare che il rapporto fra la squadra e i tifosi si cementa con il contatto quotidiano e non basta che qualche volta si permetta di assistere agli allenamenti o si conceda che i giocatori firmino gli autografi alla fine delle sedute di lavoro, magari accade in tante altre società, ma al Toro non può bastare, da sempre c’è un rapporto differente e distruggerlo significa sradicare l’identità granata e una squadra senza la sua essenza è destinata nel tempo a perdere i suoi tifosi che la rendevano unica anche se non collezionava trofei a ripetizione.

Ecco le ragioni che spiegano perché i tifosi del Toro non sono accorsi in massa per accaparrarsi i biglietti per il derby: non tutti s’identificano con l’attuale Torino e quindi preferiscono starsene a casa anche per non correre il rischio di vedere quanto accaduto nelle gare con Cagliari, Parma, Napoli, Bologna, Roma e Fiorentina dove è stato raccolto un solo punto, mentre il bottino poteva benissimo essere almeno di tre punti, tenendosi molto stretti.

Il Torino deve riuscire a darsi una svolta non tanto per restare in serie A, i punticini che mancano saranno conquistati nelle prossime cinque gare e se saranno meno di quelli preventivati al novantanove per cento basteranno comunque, perché le squadre che ne hanno meno Pescara (21), Palermo e Genoa (28) e Siena (30) non riusciranno tutte o almeno due di loro a sorpassare la squadra di Ventura, ma la svolta deve esserci in proiezione futura altrimenti nei prossimi anni si ripresenteranno i problemi che ci sono stati in questa stagione e ai quali al momento non si è trovata una soluzione.

Il derby, a prescindere dal risultato, è l’occasione ideale per iniziare a ritirar fuori l’identità granata e deve essere fatto da parte dei tifosi ritrovando quell’unità nei colori e nella maglia che si sta perdendo perché non si pensa più all’unisono, ma si seguono o s’inseguono ideologie diverse che alla fine uniformano alla mediocrità del calcio italiano e nulla hanno a che vedere con l’essere del Toro. Ma anche i giocatori, l’allenatore e i dirigenti devono imparare che il ragionare da Toro non è riduttivo solo perché non si hanno le bacheche piene di trofei, ma un valore aggiunto che dal tre dicembre 1906 ha permesso di scrivere pagine della storia del calcio e di andare sempre a testa alta anche quando non si vinceva nulla, tranne in più di una occasione negli ultimi anni quando l’identità granata è stata sistematicamente affossata. Toro con la Juve puoi dimostrare di esserci.

[Elena Rossin – Fonte: www.torinogranata.it]