Catania: abbonamenti, perché cala il numero più del prezzo

CATANIA –Conciliare passione e necessità economiche: fosse così facile non saremmo qui a raccontare degli abbonamenti da due anni in netto calo nonostante la crescita, lenta ma costante, della squadra; fosse facile non saremmo qui a dipingere un graduale allontanamento di una città sempre vicina invece storicamente alla sua squadra. Se anche un dirigente come Pietro Lo Monaco fatica a portare i risultati che s’attenderebbe al botteghino un motivo ci sarà, e non è l’ormai inflazionata spiegazione che siamo abituati a sentire. Uno è testardo, gli altri adorano impuntarsi. Questo è un effetto molto più che una causa.

Questa sorta di insofferenza che si registra ad ogni operazione che non sia Low Cost ha radici lontane. Il risultato finale è che tutto si trasforma in un buon pretesto per tirarla fuori, tutto si interpreta sotto la stessa chiave di lettura. Dagli abbonamenti bassi ma non abbastanza bassi, agli acquisti che anche se buoni sono poco rinomati. Le due cose non sono poi così slegate forse, e lo vedremo dopo. Andiamo con ordine, capitolo abbonamenti: i prezzi calano, ma gli abbonati forse ancor di più. Le opzioni agli estremi erano due: lasciare tutto com’era, mostrare ancora una volta i muscoli e confidare sullo zoccolo duro che compra praticamente in bianco; abbattere il costo dell’abbonamento più che abbassarlo, concedendo quasi lo stesso trattamento a vecchi e nuovi abbonati e fare svariati passi incontro alle richieste della piazza.

Si è scelta la via di mezzo, che quando va bene si chiamano “concertazione e mediazione”, quando va meno bene si chiama “scontentare gli uni e gli altri”. Il prezzo è rimasto relativamente alto per non svalutare eccessivamente il prodotto, e non perché “deve vincere lui” e “non può ammettere di aver sbagliato”, come troppi amano ripetere. O si vince tutti insieme o non si vince affatto. Probabilmente “deprezzare” così tanto e tutto in una volta il prodotto non convince in una logica di lungo periodo.

Certo che creare quest’anno un bacino finalmente più largo e degno di una città da mezzo milione di abitanti, e solo dall’anno prossimo concentrarsi sulla fidelizzazione era una prospettiva eccitante. Forse per la prima volta da anni, puntare su una politica di allargamento della tifoseria, generare uno zoccolo meno”duro” ma più ampio, perché alla squadra serve. E una squadra che vola sulle ali dell’entusiasmo della gente non può che essere una squadra che valorizza meglio i suoi calciatori.

In alternativa, pur ricordando che non rientra nelle strategie, si potrebbe accendere la fantasia dei tifosi con dei colpi funzionali ma “a effetto”, magari ammorbidendo i parametri rigorosi, marchio di fabbrica etneo. Ci fossero certi arrivi si potrebbe stimolare una partecipazione maggiore, magari più emozionale che comprensiva del progetto, magari più emotiva che consapevole, ma che potrebbe coprire parte dell’investimento. Se aspettiamo una schiera di 50mila innamorati del progetto rischiamo di aspettare a lungo. Niente nostalgia di Ferrante e Vugrinec, ma siamo cresciuti abbastanza negli anni, anche economicamente, da poterci permettere non una rivoluzione strategica ma qualche puntello di qualità.

Il Catania ha palesato la voglia di non prendere giocatori fatti, già valorizzati, con cui è difficile fare plusvalenze. In realtà però le fortune degli ultimi anni non sono state incompatibili con la presenza di qualche calciatore di “categoria” senza prospettiva di valorizzazione. È il caso di Stovini, come di Baiocco, giusto per avere dei riferimenti. Come si prende un giocatore così? Magari all’ultimo anno di contratto, col prezzo che scende notevolmente per non mandare a scadenza il giocatore, oppure quando è in rotta con la squadra.

Era il caso di D’Agostino che con 2.5 milioni, anche se in comproprietà, l’anno prossimo dirigerà il centrocampo del Siena. Qualcuno dirà che il Catania con 2 milioni ha preso Silvestre o Vargas che ha poi rivenduto generando ricchezze vitali per la crescita. È anche vero d’altra parte, che per cifre non lontane ha portato a Catania Potenza, Ledesma, Dica, Barrientos, Carboni o Alvarez. Senza voler puntare il dito contro presunti flop o esaltare quelli estremamente funzionali, facendo rientrare tutti in una logica più ampia di progetto, di organico, possiamo però affermare con serenità che il Catania può permettersi in rosa qualche giocatore che non valorizzerà senza sprofondare in una crisi d’identità. Nomi che corroborano quanto detto sono quelli venuti fuori in settimana: Alvarez, Almiron..

Se il problema sono poi gli ingaggi da livellare nello spogliatoio, non credo oggi ci sia qualcuno che possa alzarsi e chiedere un aumento, e chi potrebbe farlo ha già le valigie in mano pronto a garantirci linfa vitale. A chi lo merita è sicuramente data la possibilità di andarlo a percepire altrove un grande ingaggio. Chiaro che uno stipendio lordo di due o tre milioni pesa, ma in fondo il rischio è parte del gioco a prescindere, e se qualcuno (e forse più) sogna anche in questo modo non ci sarebbe nulla di male ad assecondarlo.

[Daniele Lodini – Fonte: www.mondocatania.com]