Cremonese-Juventus, le parole di Spalletti alla vigilia

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Spalletti si presenta come nuovo allenatore della Juventus: emozioni, rispetto per Tudor, obiettivi Champions e voglia di Scudetto

TORINO – Alla vigilia del suo esordio sulla panchina della Juventus, Luciano Spalletti ha riconosciuto di aver provato sensazioni bellissime, consapevole della storia e dell’organizzazione del club. Ha sottolineato l’alta aspettativa e ha descritto l’emozione come profonda e autentica. Ha espresso rispetto per il lavoro svolto da Igor Tudor, che ha salutato con affetto, ricordando di conoscerlo bene. Ha affermato di aver trovato una squadra ben allenata e ha mostrato rispetto per la classifica attuale.

Spalletti ha spiegato che, se non avesse creduto nelle potenzialità e possibilità del gruppo, non avrebbe accettato un contratto di otto mesi. Ha visto margini per sistemare alcune cose e ha indicato come obiettivo il piazzamento in Champions League. Ha elencato i suoi collaboratori: Martusciello, Domenichini, Russo e il preparatore Sinatti, e ha ringraziato Daniele Baldini per aver scelto di lasciare il ruolo di collaboratore tecnico.

Ha ritenuto stimolante il compito di aumentare la produzione offensiva e fare gol, sottolineando l’importanza di essere squadra e gruppo. Ha condiviso l’analisi di Vlahovic, affermando che i calciatori dovevano essere consapevoli di ciò che stavano dando alla società. Per Spalletti, è stata la qualità dei giocatori a fare la differenza, e ciò che si è fatto sul campo ha determinato il suo futuro. Non ha sentito il bisogno di garanzie contrattuali, convinto che la sua storia abbia parlato da sé.

Ha iniziato a collaborare con tutta la Juventus e non ha mostrato alcuna difficoltà ad accettare un contratto breve, affermando che, al posto della società, avrebbe fatto la stessa proposta. Ha sperato di rientrare nel giro Scudetto, con intenzioni al massimo. Con 29 gare ancora da giocare, ha ricordato di aver vissuto ogni tipo di situazione. Ha espresso massimo rispetto per il valore dei giocatori e, su Vlahovic, ha detto di non aver ricevuto imposizioni dalla società. Dopo averlo visto giocare, lo ha definito autore di una splendida partita.

Quel giorno, per lui, è stato il primo allenamento. Ha mostrato rispetto per il lavoro precedente e ha ipotizzato una certa continuità con quanto fatto finora. Ha riconosciuto che alcuni calciatori avrebbero preferito ruoli diversi, ma si è aspettato disponibilità. Ha annunciato che si sarebbe fatto anche qualcosa di diverso, come una difesa a quattro, e ha ribadito che il campo è stato fondamentale.

Per Spalletti, l’autodisciplina ha fatto sempre la differenza. Ha raccontato di aver frequentato tutti gli spogliatoi di tutte le categorie del calcio, e che attenzione, lavoro e disponibilità sono stati essenziali. Se nello spogliatoio si sono mantenuti rispetto, amicizia, lavoro e affetto, si è potuto crescere fino a diventare di livello superiore.

Ha rivendicato di aver lasciato cose belle in tutte le città dove ha allenato, ricordando con emozione lo Scudetto vinto a Napoli. Ha raccontato di aver fatto le analisi del sangue quella mattina, “dall’altro braccio”, e ha ribadito che Napoli è rimasta sempre nel suo cuore. Ha chiarito che quando ha detto di non voler indossare altre tute oltre quella del Napoli, si è riferito solo a quella stagione, e che non lo ha fatto. Non ha potuto smettere di allenare, e ha accusato alcuni di aver decontestualizzato le sue parole.

Per lui, il calcio è stato anche spettacolo, e si è cercato di offrire un buon prodotto. Le parole nuove non hanno affaticato la mente, ma ha sottolineato che bisognava vincere. Se poi si è riusciti a farlo con qualità e innovazione, tanto meglio. Su Koopmeiners, ha raccontato di averlo seguito in passato, ma che è costato troppo. Per lui è rimasto un mediano-mezz’ala, un giocatore forte, che ha pressato, è venuto addosso e ha avuto un tiro potente e preciso, e non ha dovuto giocare spalle alla porta.

Ha concluso dicendo di conoscere il proprio comportamento, anche se non ha saputo in quale misura avrebbe inciso sulla squadra. Si è fidato del proprio metodo e ha creduto che la differenza la avrebbero fatta i giocatori, ma che la complicità e l’organizzazione avrebbero potuto portare risultati. Ha sottolineato l’importanza di capire i momenti del gioco, perché la somma delle qualità dei calciatori ha determinato il prodotto finale. Se tutti hanno dato il meglio di sé, è arrivata la crescita per essere definiti “da Juve”.