L’analisi tattica di Napoli-Inter: Conte domina tatticamente

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Neres falso nove, inserimenti di McTominay e Anguissa, e pressing mirato: il Napoli batte l’Inter 3-1 e conquista il primo posto

NAPOLI – L’ottavo turno di Serie A ha regalato spettacolo al Maradona, dove il Napoli ha superato l’Inter per 3-1, conquistando il primo posto in classifica a quota 18 punti. Una vittoria frutto soprattutto del tatticismo di Antonio Conte che ha disegnato una partita pressocché perfetta.

La chiave di volta è stata la decisione di schierare David Neres come falso nueve, mossa che ha completamente disorientato la difesa nerazzurra. Il brasiliano partiva dalle zone centrali della trequarti, ma aveva il compito di allargarsi costantemente per liberare la zona centrale e favorire gli inserimenti di McTominay e Anguissa. Questa situazione la si ritrova infatti sia nell’azione del rigore che ha sbloccato la partita, con entrambi i centrocampisti del Napoli presenti nell’area interista, sia nei successivi 2 gol in cui le mezz’ali di Conte si sono inserite perfettamente nei buchi lasciati dalla difesa nerazzurra.

Neres ha interpretato il ruolo in maniera magistrale: si è mosso con intelligenza, portando fuori posizione Acerbi, costretto a seguirlo anche lontano dalla propria area. Non a caso, il difensore nerazzurro è stato il giocatore dell’Inter a percorrere più chilometri (11,2), segno di un lavoro difensivo spesso in rincorsa. Questo sforzo è diventato ancor più evidente nel secondo tempo, quando la squadra di Chivu — costretta a inseguire il risultato — si è alzata lasciando spazi alle spalle del proprio centrocampo.

Con Acerbi spesso largo in copertura su Neres, l’Inter ha perso compattezza centrale, permettendo a Anguissa e McTominay di inserirsi con continuità. I centrocampisti nerazzurri, Calhanoglu e Zielinski, non sono riusciti a opporsi fisicamente e atleticamente agli avversari, e il Napoli ne ha approfittato con due ripartenze micidiali. Il 2-1 ne è un esempio emblematico: sia Zielinski che Calhanoglu non riescono a rientrare, lasciando campo aperto al contropiede azzurro.

Un’altra chiave tattica del successo partenopeo è stata la fase di non possesso. Il Napoli ha adottato una pressione di media intensità, organizzata in modo da schermare le principali linee di costruzione nerazzurre. Neres era il primo riferimento in pressione, con il compito di chiudere la linea di passaggio fra Sommer e Calhanoglu. Quest’ultimo veniva poi marcato a uomo da Gilmour, sempre pronto ad alzarsi in copertura. Le mezzali McTominay e Anguissa seguivano rispettivamente Barella e Mkhitaryan/Zielinski, con marcature orientate sull’uomo e attenzione costante alle linee interne. Sugli esterni, Conte ha differenziato i compiti: De Bruyne agiva spesso in pressione sul lato sinistro, quasi sulla stessa linea di Neres, mentre Politano aveva funzioni più prudenti, concentrandosi sulla marcatura di Dimarco per limitarne le consuete avanzate.

L’infortunio di De Bruyne ha costretto Conte a riorganizzare il sistema, passando a un 4-1-4-1 più equilibrato: Oliveira ha preso il posto di Spinazzola come terzino sinistro, mentre quest’ultimo si è alzato sulla linea dei centrocampisti. Una scelta che ha reso la squadra più coperta ma comunque pericolosa nelle ripartenze.

Dopo il gol del vantaggio, il Napoli si è abbassato in un blocco basso compatto per contenere la spinta nerazzurra, che ha costruito prevalentemente sul lato sinistro, iniziando l’azione da Bastoni — sul quale usciva in copertura Anguissa — e sviluppandola poi su Dimarco, marcato con attenzione da Politano. Si è visto, infatti, come Conte abbia individuato il fulcro della costruzione dell’Inter, ossia l’asse sinistro Bastoni–Dimarco, e abbia adottato le contromisure giuste: ha indicato a Politano di seguire sempre Dimarco e ad Anguissa di coprire le avanzate in prima costruzione di Bastoni subito dopo la metà campo, mentre la mezzala sinistra dell’Inter — prima Mkhitaryan e poi il suo sostituto Zielinski — veniva chiusa da Di Lorenzo ogni qualvolta che i nerazzurri superavano la metà campo.

In fase di impostazione invece, come ormai di consueto, si è visto De Bruyne abbassarsi spesso per agire da primo regista dietro a Gilmour o al suo fianco (sul centro-sinistra), alternandosi con lui nella costruzione della manovra. Dopo l’uscita del belga, però, il Napoli ha affidato l’intera costruzione al centrocampista scozzese, scegliendo un approccio più diretto e verticale. Le ripartenze sono diventate la principale arma offensiva, con Neres a dettare la profondità e gli inserimenti di McTominay e Anguissa a sfruttare gli spazi creati dai movimenti del brasiliano. Spinazzola, dal canto suo, ha agito in una posizione ibrida da mezzala/esterno sinistro, garantendo copertura ma anche ampiezza nelle transizioni.

Insomma, la squadra di Conte ha dimostrato una notevole capacità di adattamento di fronte all’infortunio — tutt’altro che indifferente — di De Bruyne. Il tecnico ha saputo trasformare un imprevisto in un’opportunità, inserendo un giocatore dalle caratteristiche più difensive come Oliveira al posto del belga e ricalibrando di conseguenza il piano gara. Il Napoli ha così mantenuto il proprio equilibrio, modificando il registro offensivo in favore di un gioco più verticale e basato sulle ripartenze rapide, guidate dai movimenti di Neres come falso nove, dagli inserimenti delle consuete mezzali Anguissa e

McTominay e dal contributo del nuovo asse laterale Oliveira–Spinazzola, che ha dato ampiezza e copertura alla manovra.

Un segnale da grande squadra: saper reagire al cambiamento senza snaturarsi, mantenendo solidità, identità e lucidità tattica anche nelle difficoltà.

Sul fronte opposto, l’Inter ha mostrato difficoltà nella costruzione sotto pressione. Calhanoglu, come da abitudine, si abbassava molto fino alla linea di Acerbi per avviare la manovra, ma il Napoli ha schermato bene le linee di passaggio, costringendo spesso i nerazzurri a forzare le giocate laterali.

Dopo lo svantaggio, Chivu ha provato a reagire alzando ancor di più Bastoni, Dumfries e Lautaro, ma il capitano nerazzurro è apparso isolato, incapace di legare il gioco come in altre occasioni. Inoltre l’ingresso obbligato di Zielinski per Mkhitaryan ha portato l’Inter a utilizzare una sorta di doppio regista, ma senza risultati concreti.

È importante sottolineare che 2 delle migliori occasioni dell’Inter nascono da errori del Napoli. Nelle fase iniziali della partita il duplice errore da parte di Gilmour e Spinazzola in fase di impostazione bassa fa sì che il pallone arrivi sul destro di Lautaro che però non riesce a concretizzare. Successivamente sugli sviluppi di un corner, il Napoli si dispone in area con una marcatura mista: McTominay e Anguissa si trovano a uomo su Akanji e Acerbi, mentre su Bastoni c’è Gilmour, uno degli uomini più bassi della squadra di Conte. Questo mismatch consente al difensore nerazzurro di smarcarsi con facilità e colpire di testa quasi indisturbato colpendo la traversa.

All’Inter va riconosciuto il merito di aver reagito con prontezza e carattere dopo il gol subito. I colpi di testa di Bastoni e Dumfries, entrambi fermati dai legni, il tiro smorzato in area di Lautaro, terminato di poco a lato, e il rigore trasformato da Calhanoglu che ha accorciato le distanze nel secondo tempo, hanno evidenziato da un lato la capacità della squadra di non arrendersi, ma dall’altro anche la tendenza a perdere lucidità e a lasciarsi condizionare dal nervosismo in caso di risultato negativo.

In definitiva, il 3-1 del Maradona racconta molto di quelle che, sin dall’inizio del campionato, si candidano come le principali favorite per lo Scudetto. L’Inter si è confermata una squadra volenterosa, ma ancora poco brillante nelle situazioni di svantaggio e nella gestione delle transizioni difensive. Il Napoli, invece, ha mostrato di essere un gruppo consapevole, maturo, tatticamente duttile, capace di adattarsi agli imprevisti e di colpire sempre con lucidità, guidato da un allenatore capace di far rendere al meglio i propri uomini sul piano tattico.

A cura di Italo Lo Priore