La riscoperta del calcio nei nostri padri ai tempi della quarantena

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La riscoperta del calcio nei nostri padri ai tempi della quarantena

L’assenza di calcio giocato non preclude ad un appassionato di godersi questo sport, nonostante il momento difficile che il mondo sta attraversando.

ROMA – Gli spazi angusti, attraverso uno geometrico girotondo dei destini, possono aprire nuovi mondi appartenenti ad un passato mai vissuto, quello appartenente ai libri di storia e a quelle cassette impolverate da secoli. Nella memoria fotografica dei nostri padri è scolpita la storia di un calcio mai assopito e, alle volte, semi sconosciuto per i giovani. Incontrato per caso come un turista distratto all’uscita della stazione, trattato con noncuranza come se solo e soltanto il passato potesse custodire le fondamenta dello sport più bello del mondo.

Già, i mondi passati. La quarantena forzata sta trascinando il sottoscritto in quella sottospecie di Divina Commedia calcistica, quello spazio fantastico dominato da geni e figure mitologiche di calcio diverso, di palloni pesanti e di campi sporchi e unti, di pubblico furente e appassionato. Il calcio quello vero, come direbbero i nostri avi. Scorrono nitidamente le immagini di un Italia-Brasile del 1982 (quella della tripletta di Rossi) e mi accorgo di quanto fosse forte quella Nazionale lì, piena di vitalità, di coesione e di due geni che potrebbero giocare comodamente in ciabatte anche ora. E quella finale con la Germania, quella lì. Il nastro della memoria vissuta per sentito dire scorre, il Virgilio calcistico mi trascina tra le sinfonie dell’Arancia Meccanica di un certo Johan Cruijff arrivando al Milan degli Olandesi. Nel mezzo ci sono universi paralleli e, allo stesso tempo, concatenati da auree mitologiche come quella del 10 del Brasile. Nel 1970 erano 5 i numeri 10, l’Italia ne sa qualcosa. Se siamo nel 1970 e ci troviamo in Messico deve essere successo qualcosa, no? Esattamente: Italia-Germania Ovest 4-3, le lacrime solcano il viso di mio padre ogni volta.

Pagine incollate scorrono dinanzi a me mentre le mie pupille catturano ogni singolo fotogramma di quel libro paradisiaco. C’è tutto, c’è tutto ciò che non ho mai visto in diretta ma solo dopo, meglio di niente. C’è il Grande Torino, la miglior squadra italiana di tutti i tempi, e c’è quell’Italia che, come sta accadendo ora, è più unica che mai per risorgere dalle ceneri. Quel Torino accomunato dal Manchester United, lì dove un certo ragazzino di nome George Best si consegnerà alla leggenda. I racconti di mio nonno, della Nazionale bi-campione del mondo e oro alle Olimpiadi del 1936. Come un’araba fenice, come il Portogallo di Eusebio e il Real Madrid di Alfredo Di Stefano. In contemporanea, e siamo agli anni 50/60, c’è il Santos di Pelè che stritola tutti umiliando anche le nostre squadre nelle amichevoli. C’è il Maracanazo e l’orgoglio dell’Uruguay, la grande Inter e i successi di Liverpool, Nottingham e Bayern Monaco in Coppa campioni qualche anno più tardi.

Mi accorgo che alcuni eletti del tempo che fu sarebbero moderni anche se giocassero nel 2020. Geometrie sensazionali, giocate da circo ma funzionali ad uno schema ben definito come i famosi “60 di battito dei brasiliani”. E poi nuovamente il Messico, 16 anni dopo la “Partita del Secolo” c’è il “Gol del Secolo” da parte di un certo Diego Armando Maradona. Nota a margine: porterà a casa la Coppa del Mondo, quella che gli Argentini sentono più di ogni altra cosa, tralasciando il vincente ma nefasto 78′. Potrei andare avanti per ore e lo farò perché il catalogo è ampio e imprevedibile come la Juventus di Platini e la Serie A degli anni ’70-’80’-’90: il miglior campionato del mondo, verissimo.

Gli spazi angusti, ora, sono mondi concentrici contornati da una luce particolare. Come quella che avvolge le maglie rosse dell’Inghilterra del 1966, non hanno mai vinto ne prima e dopo quel pomeriggio di Wembley. Come il bianco e nero che domina nei filmati della grande Ungheria di Puskas che, al pari dell’Olanda, viene fermata dai tedeschi. Sempre loro. Non pensavo che un semplice spazio di 5 metri quadrati potesse creare qualcosa di indescrivibile, non sapevo come fossero strutturate tatticamente le partite di 40 anni fa, non sapevo che alcuni geni popolassero i prati erbi prima che i miei vedessero la luce. Ora lo so, so che la nostalgia dei tempi non vissuti sarà la mia compagna da cui attingere lacrime e passione. Per un calcio che non c’è più ma che c’è stato e ci sarà. Sempre.

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