Cassano: mai amato così tanto. De Laurentiis, Mazzarri e l’ipnosi. Ibra, il grande errore di Pep

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Antonio Cassano: i campioni, gli avversari, i tifosi di tutte le squadre molto meglio, ma molto meglio, dell’informazione. Dimostrare di essere giornalisti non significa necessariamente confondere un ictus con una ischemia, esattamente come dopo una normalissima partita di calcio non bisogna fare lo sfondone spacciando uno stiramento per uno strappo. Anche 24 ore dopo il comunicato del Policlinico di Milano e del Milan che aveva dentro tutto il lavoro, gli sforzi, la professionalità, il rispetto e le cautele di giorni di lavoro duri con decine di esame fatti e rifatti, la parola ictus da certe bocche spovvedute e inadeguate non era ancora sparita. Così come il concetto di intervento chirurgico, oppure di Cassano sotto i ferri. Luminari e strutture si affannano a comunicare e spiegare che si tratta di un intervento, meglio una procedura, di cardiologia interventistica in anestesia locale, e cioè che il giocatore non viene aperto chirurgicamente e che non si tratta quindi di una operazione a cuore aperto, ma niente.

Niente da fare. Hanno deciso che si va sotto i ferri e che si spacca il cuore di Cassano, e allora è così. Chiunque provi a spiegare, con tanta pazienza, ma tanta pazienza, cosa significhi esattamente il sondino in ambito di cardiologia interventistica, trova davanti a sè facce vuote. Il giornalista ci deve andare giù duro, senza calibrare troppo le parole e senza prendere atto di troppe precisazioni, sennò non è un giornalista. Ictus, ferri, carriera a rischio e via andare. Il tutto condito da un cucchiaio di solidarietà pelosa e, naturalmente, da qualche sghemba, eticamente inaccettabile, voce di mercato con Antonio Cassano ancora nella sua stanza d’ospedale. In questo scenario desolante, triste e mi fermo, meraviglioso tutto il resto. Splendidi, in una città come Milano che si nutre di rivalità accesa, Ranieri e Milito che hanno voluto aprire la conferenza pre Inter-Lille parlando di Antonio e ad Antonio. Fantastici i tifosi di tutte le bandiere che inondano le postazioni computer di tutte le tv con messaggi da brivido ad Antonio, anche se purtroppo trovano poco spazio, perchè questo è un Paese che è molto più disposto a dare visibilità a ciò che divide, come gli striscioni e le magliette aberranti sulle tragedie del pallone, piuttosto che a ciò che unisce. Cassano ha unito, è stato amato in questi giorni e sarà amato al suo ritorno in campo come mai gli era accaduto.

I miti di tutti i continenti, da Maradona a Ronaldo, hanno riconosciuto tratti del loro talento e del loro amore per la palla in Antonio e gli hanno scritto cose bellissime. Pazzini che va a trovarlo, i capitani di tutte le squadre che inondano i loro siti per Antonio. Il calcio ha comunicato sè stesso, in questa vicenda, molto meglio e in maniera molto più autentica di come lo hanno comunicato quelli che ne parlano tutti i giorni. Tutti questi gesti hanno steso una profonda linea di demarcazione fra vivere il calcio e parlare di calcio. Chi lo vive, ha una marcia in più.

Il Napoli perde con il Chievo? Nessun problema, colpa del turnover. Il Napoli pareggia con la Fiorentina e perde con il Parma? Ma l’avete visto l’arbitro…è colpa sua! Il Napoli perde a Catania? Non è solo colpa dell’arbitro, ci metto anche l’allenatore avversario e la mano non gliela porgo anche se lui è napoletano e io no…Il Napoli prende tre gol da un Bayern che non si danna nemmeno l’anima e rimedia il punteggio con due colpi di testa episodici su palla inattiva? Ma è stata una meravigliosa impresa sfiorata, giocando un calcio di cui solo l’Europa ci rende merito al contrario di quei cattivoni dei giornalisti italiani. La capacità che hanno il presidente De Laurentiis e il mister Mazzarri di trasformare la sconfitta in vittoria è da fuoriclasse. Gli illusionisti delle navi crociera sanno che nella loro esistenza non riusciranno mai nemmeno a sfiorare le performance dei maestri. Ma quello che sbalordisce ancora di più è il seguito mediatico che la Coppia riesce ad avere. Milan, Inter e Juventus lo sanno bene: se perdi una partita non c’è alibi che tenga, non arrampicarti sugli specchi e difenditi che c’è il processo. il Napoli invece no: la ninna nanna, le coccole e il bacio della buona notte. Che il pubblico napoletano sia stupendo e che ci siano platee televisive che fanno a gara per accaparrarselo, è fuori discussione. Ma a tutto c’è un limite, sia 24 ore su 24 che minuto per minuto. Il Napoli di oggi, il Napoli di adesso, mentre stiamo scrivendo, è fuori dal Bob a quattro dello Scudetto ed è in Europa League. Ha grandi campioni, merita rispetto, ha un pubblico irraggiungibile, ma qualche abbozzo non sia mai di processo ma almeno di piccola, misera, istruttoria, lo vogliamo fare o no? Così chi si lamenta tanto del vento del Nord e fa tanto la vittima, capisce per qualche minuto, per qualche secondo almeno, cosa significa essere una grande squadra sempre sotto pressione. Anche perchè ho il sospetto che le troppe coccole della critica non facciano crescere e partita dopo partita si vede che il salto di qualità non c’è stato.

Ibra è il primo a sapere che le sciocchezze al volante non vanno fatte ed è il primo a definirle cazzate. Ma Guardiola, dove lo mettiamo? il grande Pep è persona perbene, squisito conversatore, grande allenatore, creatotre vincente di una squadra da sogno, ma sul punto ha sbagliato. Dopo le anticipazioni dell’autobiografia di Zlatan Ibrahimovic, abbiamo scoperto che la causa della peggiore operazione di mercato della storia del Barcellona (cit. presidente Rosell) è stato lui. Un capitale da 70 milioni di euro, un big per il quale hai sacrificato una pupilla come Eto’o non può finire dietro la lavagna circondato dai silenzi del suo allenatore che non lo degna neanche di uno sguardo. Sia chiaro, dirimere una questione fra Messi e Ibrahimovic non è come bere un bicchier d’acqua e l’errore è fatalmente dietro l’angolo. Poi Guardiola ha vinto e tutto è finito in gloria. Ma il danno economico resta. La perdita d’equilibrio di un allenatore a favore di un suo calciatore, ancorchè grandissimo, rispetto all’altro suo calciatore, non può non essere sottolineata. Ibra è arrivato al Barcellona per vincere la Champions League, non l’ha vinta e ha fatto segnare nel bilancio sociale azulgrana un meno 46, ovvero i milioni di euro di differenza fra il suo prezzo d’acquisto e la cifra della sua cessione al Milan. L’episodio sarà servito senz’altro di lezione a Pep, che già aveva sfiorato la rotta di collissione nell’estate del 2008 con Eto’o che era andato a trattare sè stesso in Uzbekistan prima di trovare un simulacro d’intesa con Guardiola e di portarlo in trionfo a Roma contro il Manchester United, ma resta negli annali. Soprattutto alla vigilia di Milan-Barcellona, dove Ibra ci sarà. E il tema non potrà essere evitato, con lo stesso Pep che non potrà fare zero a zero: o smentisce o acconsente.

[Mauro Suma – Fonte: www.tuttomercatoweb.com]